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FISCO ED ECONOMIA
Messaggi già letti FINANZIARIA 2005
7,5 miliardi: è questo l’incremento delle entrate che la manovra finanziaria per il 2005 chiede per il risanamento dei conti pubblici. Tale intervento segue sostanzialmente due direttrici: 1)manutenzione della base imponibile 2)inasprimento dei tributi esistenti. Senza pretesa di completezza vogliamo analizzare il primo punto. Tali misure, al di là delle acrobazie letterali, sono finalizzate al contenimento del fenomeno dell’evasione fiscale in alcuni settori: redditi da fabbricati, lavoro autonomo e/o d’impresa. Le novità su cui vogliamo puntare la nostra attenzione sono quelle che riguardano gli studi di settore e la pianificazione fiscale concordata. Per i primi si prevede, oltre ad un aumento del numero di attività interessate da questo adempimento, una doppia revisione: una quadriennale già prevista dalla legge istitutiva ed una annuale automatica resa possibile dall’elaborazione da parte dell’ISTAT di appositi indici specifici desunti da dati economici settoriali differenziati per territorio e dimensioni. Alla revisione degli studi di settore si affianca e si collega un’edizione aggiornata, quantomeno nella dicitura, del concordato preventivo, chiamata oggi pianificazione fiscale concordata: i contribuenti riceveranno dall’Agenzia delle Entrate una proposta di accordo che consentirà di definire il rapporto con il Fisco per tre annualità. Tali proposte saranno formulate sulla base degli studi di settore. È evidente che le linee programmatiche della manovra fiscale puntano sul rafforzamento dei poteri di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria e la volontà di avviare forme di predeterminazione del reddito. Da una parte i contribuenti hanno lo strumento della PFC (pianificazione fiscale concordata) che consente una limitazione dei poteri dell’accertamento. Ma i contribuenti sanno che se non accettano tali importi concordati o non risultano “naturalmente” congrui agli studi di settore potrebbero (o dovranno?) sottostare all’accertamento. Questo disegno crea parecchie perplessità: per quanto riguarda la PFC si possono addirittura sollevare dubbi di legittimità costituzionale in quanto il potere d’accertamento è precedente al presupposto impositivo. Per quanto riguarda gli studi di settore assumono una valenza sempre più induttiva, mentre la legge istitutiva voleva attribuire agli stessi non solo una funzione fiscale ma anche uno strumento per il controllo interno dell’azienda (es. la rotazione del magazzino). Si sono invece trasformati in una sorta di “spada di Damocle” che pende sul capo dei contribuenti i quali in periodo di dichiarazione dei redditi attendono il risultato di “GERICO” come l’esito di una giocata alla roulette: talvolta la posta in gioco è davvero alta. È vero che nel caso in cui non si raggiungano i livelli fissati (oltre alla possibilità di adeguarsi ossia dichiarare i maggiori redditi), il contribuente può dimostrare le motivazioni del mancato reddito conseguito, ma l’onere della prova è a carico del contribuente che come ben sappiamo è in posizione svantaggiata rispetto all’Amministrazione Finanziaria. In un periodo di stagnazione economica e calo dei consumi come quello attuale il presumere livelli di reddito ogni anno sempre maggiori forse è eccessivamente vessatorio nei confronti di tali categorie additati dall’opinione pubblica, molto spesso come evasori. Inoltre questa corsa al rialzo renderà sempre meno appetibili attività artigianali, commerciali e professionali di dimensioni ridotte. Evidentemente il modo di dire “piccolo è bello” caratteristica del tessuto economico italiano è decisamente demodé. Sul fronte dell’evasione il problema non è far pagare di più chi già paga, ma far emergere il lavoro sommerso che opera in concorrenza sleale con gli altri. Oltre a contestare le linee di fondo della manovra va sottolineato che queste previsioni non potranno comunque dare un gettito rilevante nel 2005 a meno di non prevederne applicazioni retroattive. Il rapporto tra fisco e contribuenti si sta trasformando: l’imposizione dovrebbe essere connessa alla capacità contributiva mentre tende a diventare un rapporto di scambio dare/avere cioè quando costa e quanto si ottiene in cambio. Ma la valutazione non è così semplice perché i termini di paragone sono resi decisamente aleatori dalla complessità della normativa. Quel che è certo è che l’amministrazione finanziaria intensificherà la sua azione di accertamento in maniera induttiva, scegliendo questa strada non perché combatte al meglio l’evasione, ma molto meno dispendiosa, con la conseguenza di un incremento di ricorsi alla commissione tributaria. La parola fine spetterà, molto probabilmente, al provvedimento “evergreen” il condono (per inciso il gettito dell’ultima versione è stato inferiore alle aspettative). Trattandosi di una materia in discussione è possibile che al momento della lettura di questo commento, sia intervenuta qualche variazione rilevante: è di lunedì 18 ottobre la proposta di eliminazione della revisione annuale degli studi di settore. Franca Balletto (Movimento di Partecipazione) Ottobre 2004
0 0 19/10/2004
13:56:33
 
Messaggi già letti LA GESTAZIONE DELLA FINANZIARIA 2005
Chissà quando si arriverà al giorno della verità. La gestazione del pacchetto delle misure fiscali sembra aver ormai raggiunto il termine ultimo, ma il parto si annuncia ancora travagliato. Dopo mesi di discussioni sul numero di aliquote fiscali si aggiunge anche il tam tam sull’IRAP. La bozza dell’emendamento di venerdì 12 novembre prevedeva un taglio all’IRAP di circa 2 miliardi di Euro e per le famiglie, accantonata per un momento la riduzione del numero di aliquote, si parlava di un aumento delle detrazioni a favore dei figli. Prima le bordate di Lega e UDC. Poi la freddezza se non addirittura l’ostilità di Forza Italia. Sebbene Berlusconi prontamente interviene a precisare che le critiche attribuitegli sull’operato del ministro Siniscalco non “corrispondono al vero”, la riduzione dell’IRPEF (forse IRES chissà!) è un incubo che non abbandona il premier il quale sollecita ulteriori approfondimenti sui numeri per trovare spazio almeno per una parte delle riduzioni promesse. Giulio Tremonti azzarda l’ipotesi di una manovra correttiva nel 2005 e Antonio Marzano, ministro delle attività produttive sostiene che “i tecnici del Tesoro stanno mettendo a disagio Berlusconi sui tagli fiscali. Al cahier de doleance si aggiunge anche Gianfranco Miccichè che minaccia le sue dimissioni se la riduzioni IRAP sarà finanziata con il fondi destinati al sud. Siniscalco è sulla graticola, agnello sacrificale del lungo braccio di ferro della maggioranza sui tagli fiscali, prepara la sua difesa affermando che nell’impianto generale la manovra può ritenersi ferma, solida e credibile. Miglioramenti al testo sono possibili, ma gli sgravi complessivi sono quelli definiti (3,58 miliardi di Euro attenzione alle cifre). Ricorda inoltre che il problema del paese è rappresentato dalla bassa crescita da cui dipende la debolezza dei conti pubblici e questo allo scarica barile sul patto di stabilità il passo è veramente breve. E che dire di La Malfa, vice presidente della commissione finanze alla Camera il quale afferma che “tutto quello che si può fare andando a raschiare il fondo dei conti pubblici non rappresenta che una minuscola percentuale rispetto a quello che a favore della competitività potrebbe fare la BCE riducendo i tassi di interesse”. Premesso che la BCE non fa da balia ai paesi aderenti, occorre ricordare che una buona politica economica è un giusto mix di attenzione alla spesa pubblica, investimenti adeguati accompagnati sì da una politica monetaria mirata. Sull’argomento è intervenuto anche Luca Cordero di Montezemolo con una frase lapidaria: “sull’IRAP è un balletto umiliante esattamente il contrario della fiducia e delle certezze di cui le imprese e i cittadini hanno bisogno. Gli interventi a pioggia non servono a nessuno, forse a valutazioni elettorali che a noi non interessano. Occorre affrontare i veri problemi del futuro che non sono né di destra né di sinistra, ma sono delle famiglie e dei nostri figli”. Effettivamente il sospetto che sulla manovra fiscale incidesse la conta di voti era sorto anche a noi ma il fatto che il Presidente di Confindustra condividesse con il Movimento di Partecipazione il superamento della dicotomia destra/sinistra questo proprio no! Il fulmine a ciel sereno arriva venerdì 19 novembre quando Berlusconi dichiara di voler anticipare al 2005 gli sgravi IRPEF per 5 miliardi e ridurre quelli IRAP ad 1 miliardo, tornando così alle cifre del DPEF di luglio. Le alternative sono due: in pochi giorni sono stati scovati circa 2 miliardi oppure questa manovra non ha copertura sufficiente facendo rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta (nell’ipotesi di copertura c’è l’adeguamento all’inflazione dell’imposta di bollo, imposta di registro, tassa di concessione da cui verrebbero recuperati circa 1,5 miliardi: non dimentichiamoci che dal 1 agosto 2004 l’imposta di bollo è aumentata da Euro 10,33 a 11,00). I test sulla Finanziaria dimostrano scarsa compattezza della CdL infatti il problema è che tra le coperture sarebbero emerse ipotesi che fanno storcere il naso a Fini: i tagli agli statali. Un’altra ipotesi che si fa strada è quella di forzare, magari solo per un anno, i vincoli europei finanziando parte dei tagli fiscali con il deficit. In questo modo si sfonderebbe il tetto del 3%, ma Berlusconi assicura un rientro immediato a seguito di una maggiore crescita. Resosi conto della gaffe europea (non dimentichiamoci il caso Buttiglione) il giorno successivo arriva la smentita e la precisazione della necessità di una interpretazione flessibile del patto. È ormai chiaro a tutti che la richiesta avanzata dal premier ha la funzione di arginare la caduta di consensi per il centro-destra e la campagna sulla Finanziaria è architettata in modo che all’opinione pubblica pervenga il messaggio che il Cavaliere è l’unico che si batte per la riduzione delle imposte. La scelta dei giorni passati di ridurre l’IRAP raccoglieva ovviamente consensi anche per il dichiarato obiettivo di rilanciare la competitività del sistema imprenditoriale italiano. È vero che gli interventi a pioggia rischiano di non accontentare nessuno, ma era comunque un primo passo verso la rivisitazione di questa imposta sulla cui legittimità in questi giorni discute anche la Corte di Giustizia Europea. Tuttavia tale rimodulazione non è stata così percepita dai media e dall’opinione pubblica, occorreva una manovra dall’effetto demagogico molto più evidente: cosa c’è di meglio che rimettere in pista le tre aliquote IRES. Che importa se nominalmente portano ad una riduzione dell’aliquota applicata al reddito, ma sostanzialmente danneggiano il ceto medio incidendo negativamente sulla progressività dell’imposta. Che importa se questo comporta una riduzione sul pacchetto sanità di circa 0,5 miliardi. Che importa se ci sarà un semiblocco delle pensioni di anzianità. Che importa se nella manovra fiscale non c’è mai abbastanza risorse per sostenere la ricerca e lo sviluppo. Franca Balletto
0 0 23/11/2004
13:01:10
 
Messaggi già letti PETROLIO ALLE STELLE CHE FARE?
Il prezzo dell'oro nero si è impennato rapidamente perché c'é la crisi medio-orientale, c'è stato lo scandalo della Yucos, ci sono le speculazioni delle Compagnie petrolifere e perché ne è aumentata la domanda. Il mercato degli idrocarburi, dall'estrazione fino alla fase finale di vendita al dettaglio si svolge in un mercato che noi potremmo definire: “oligopolio malato” in quanto non solo non è un libero mecato ma, per giunta, si tratta di un oligopolio dove vi è l'assoluta impossibilità per le nuove imprese (e parliamo di multinazionali) di entrare. Queste ultime, per ritagliarsi una fetta di mercato, sarebbero disposte ad innescare una guerra di prezzi che tornerebbe, fin dal breve periodo, a vantaggio dei consumatori. Si è visto che il prezzo del petrolio è aumentato in parte a causa dell'aumento della domanda pertanto si può provare, diminuendola, a riportare il prezzo al livello precedente (considerandolo il suo prezzo naturale), ovvero rivolgendo la domanda verso fonti alternative, rinnovabili e pulite. Facendo un'analisi generale ma limitata a quelle più credibili come surrogate del petrolio si possono individuare immediatamente: energia solare, energia eolica ed energia nucleare che sono pronte a venirci incontro per sconfiggere la crescita del prezzo del greggio e debellare le avide compagnie petrolifere che ormai hanno radicato i loro interessi nei paesi dove viene estratto. Esse sembrano poco convinte dell'idea che per non strozzare l'economia globale sia necessario far tornare il prezzo al barile al di sotto di 40 $ nel prossimo anno. Di fronte a questo scenario siamo costretti a perseguire due obiettivi, il primo di breve periodo e il secondo di medio-lungo: 1 obttv (breve): traghettare rapidamente l'Iraq alla completa indipendenza, alla democrazia e alla stabilità. Quindi abolire ogni forma di embargo, sia essa formale o sostanziale, in modo da indurlo ad esportare, attraverso gli oleodotti che noi occidentali costruiremo, enormi quantità di greggio che finendo sul mercato farebbero scendere sensibilmente il prezzo. Inoltre l'Iraq disporrebbe di valuta forte e fresca da utilizzare per acquistare prodotti finiti in Europa. 2 obttv (medio-lungo): guardarci intorno senza pregiudizi e valutando con fredda razionalità scegliere a quale delle energie alternative sarà per noi (“OCCIDENTALI”) più conveniente rivolgerci. Luca Valente lucavall@libero.it
0 0 19/10/2004
13:53:00
da: Admin
 
Messaggi già letti RIFORMA DELLE PENSIONI
Il 28 luglio 2004 è stata approvata la legge delega sulla riforma delle pensioni. Tale legge prevede, per gli uomini, che dal 2014, oltre ai 35 anni di contributi, serviranno: • 62 anni di età per i dipendenti • 63 per gli autonomi (o in alternativa 40 anni di contributi) per raggiungere il diritto ad andare in pensione. Rispetto ai requisiti attualmente in vigore i lavoratori saranno quindi costretti a lavorare complessivamente cinque anni di più. Questa è la conseguenza delle migliorate condizioni di vita e dell’innalzamento della vita media della popolazione. A questo punto cerco di comprendere quale sarà il contributo che l’INPS mi erogherà tra una quarantina d’anni. Forse quello che scopro è peggiore della riforma prevista!!! Per coloro che sono stati assunti dopo il 31 dicembre 1995 il sistema di calcolo della pensione che viene adottato è il sistema contributivo. I contributi versati annualmente si ottengono moltiplicando la base imponibile annua per l’aliquota contributiva che è: • del 33% se si tratta di lavoratori dipendenti • del 20% se si tratta di lavoratori autonomi Il montante individuale che si ottiene è la somma dei contributi di ciascun anno, rivalutato annualmente sulla base del tasso annuo di capitalizzazione (calcolata dall’ISTAT). Quindi semplicemente che cosa ci possiamo aspettare? Dopo quarant’anni di lavoro mentre adesso un lavoratore ottiene un trattamento pensionistico pari all’80% dell’ultimo stipendio i nuovi lavoratori si dovranno attendere un trattamento pari al 50-60 % dell’ultimo stipendio. Per cercare di far fronte a questa situazione il governo sta cercando di emanare un decreto legislativo che introdurrà le disposizioni tese a "sostenere e favorire lo sviluppo di forme pensionistiche complementari”. Questo farà sì che i lavoratori saranno costretti a: • decidere se trasferire il TFR in un fondo pensione di categoria o privato • lasciare il TFR in mano al datore di lavoro Questo vuol dire che o per recuperare il divario sulla pensione del 30-20 % siamo costretti a cedere il TFR a un fondo in grado di farlo fruttare (non è detto che se azionario ci possa riuscire) o siamo costretti ad avere una pensione ridotta. Cari lavoratori questo è il regalo che è stato servito alle generazioni future!!!! A.G.
0 0 20/10/2004
08:36:36
 
Politica interna
Messaggi già letti ALTRO GIRO DI WALZER DELLE PRIMARIE
E così riecco le primarie. Come ogni tormentone che si rispetti, implacabili sono ritornate in agenda: prima sì, poi no adesso, forse, di nuovo sì. Aspettando i prossimi, possibili sviluppi cerchiamo di raccapezzarci nel riassunto delle puntate precedenti. I puntata. Le elezioni europee, ancorché vinte dal centrosinistra, danno un risultato “così, così” alla lista unitaria. Prodi, padre del progetto, sente puzza di bruciato e memore della “fedeltà” a suo tempo dimostrata dai suoi compagni di viaggio, cerca una soluzione che possa blindare la sua leadership. La trova nella formula evocativa della convocatio ad popolum: le primarie. Naturalmente la motivazione ufficialmente adottata è quella di dar vita ad una consultazione popolare, autenticamente partecipativa, in cui siano i cittadini a scegliere il loro leader. La proposta convince tutti i componenti lo stato maggiore del centrosinistra, i quali si accordano in un amen. II puntata. Qualcuno però ricorda che una consultazione con un’unica candidatura non si può definire propriamente un’elezione e, meno che mai, un’elezione democratica. Rovistando in qualche manuale di scienza politica costui trova conferma al suo dubbio: una consultazione con una sola candidatura si chiama PLEBISCITO! “Beh, se di elezione democratica si deve trattare allora mi candido anch’io” dice Bertinotti. III puntata. La questione, in principio così semplice, và complicandosi. “no, tu non ti candidi” tuona il segretario dei DS, seguito da un codazzo di esperti nell’arrampicata sugli specchi. “Hai frainteso” – proseguono – “le primarie non servono per scegliere il leader” (“quello lo abbiamo già scelto” si aggiunge candidamente) “ ma per rafforzare la leadership di Prodi (giù la maschera!). “E’ vero – risponde il segretario di Rifondazione, “Prodi lo abbiamo scelto tutti ed io le primarie non le ho chieste; ma se si fanno mi candido lo stesso”. “anzi, siccome mi avete convinto della loro necessità facciamole anche in Puglia”. IV puntata. La situazione precipita. Contro ogni pronostico il candidato dei neocomunisti fa saltare il banco degli equlibrismi politici e dialettici vincendo le primarie. Non contento di questo exploit Nichi Vendola diventa presidente delle Puglie smentendo l’assunto secondo cui si può vincere soltanto “svoltando al centro”. A questo punto è il marasma. Altro che rafforzamento di Prodi, qui c’è il rischio di aprire scenari da fantapolitica! Cinque aprile 2005 (24 ore dopo le elezioni regionali): è il giorno del dietrofront. Le primarie non servono più: Prodi è già stato ampiamente legittimato dalle primarie “versione regionali”. V puntata: l’esisto delle elezioni regionali complica la situazione invece di semplificarla. Forse a causa della ebbrezza da onnipotenza post-elettorale o forse, al contrario, a causa di quel ben noto fenomeno comunemente definito paura di vincere, qualcuno parte per la tangente. Altro dietrofront! Questa volta riguarda, nientemeno, la Lista Unitaria. Il povero Prodi non sa più a che santo votarsi: non si fa a tempo a turare una falla che subito ne ne apre un’altra. Ma ecco la taumaturgica – e sempreverde- soluzione: le primarie! Per rafforzare la leadership di Prodi? Nooo! “io posso anche farmi da parte”, già, “è per dare la parola ai cittadini” eccetera, eccetera. Siamo dunque tornati al punto di partenza. Giro di walzer concluso? E chi può dirlo? E se l a ricandidatura di Bertinotti facesse ricominciare tutto da capo?
0 0 10/08/2005
09:20:33
 
Messaggi già letti ANCORA SULLE PRIMARIE
Che la proposta delle primarie avesse ben altre intenzioni di quelle pubblicamente sostenute (“far partecipare i cittadini alle decisioni politiche”) lo avevamo già “sospettato” – “il bluff delle primarie”, settembre 2004-. In verità non era affatto necessario possedere le qualità intellettive di un Pico della Mirandola per capirlo: era sufficiente riflettere sul contenuto della proposta. Se poi questo non fosse bastato poteva sopraggiungere, a conforto del sospetto, quella considerazione molto usata a Genova e riassumibile nel detto “conosco i miei polli”. Ciò che conto tuttavia, al di là delle facili previsioni, sono i fatti e questi confermano, purtroppo, le interpretazioni dietrologiche. Diventa difficile sostenere ad un tempo il proposito di far partecipare tutti ad una scelta, con la volontà di preordinarne l’esito. Gli scienziati della politica hanno riempito interi scaffali di biblioteca con opere nelle quali hanno reso edotti i lettori su quali fossero le condizioni minime di una elezione democratica: la prima e più elementare delle quali consiste appunto nella presenza di candidature alternative. Se l’elezione non rispetta questo requisito minimo – sono sempre gli scienziati della politica a parlare – essa diventa un’altra cosa (la quale infatti ha un altro nome: plebiscito). Le “primarie alla Prodi” contengono in sé questa ambiguità: vogliono essere un’elezione partecipativa e allo stesso tempo sono un’acclamazione plebiscitaria. Il primo intento è sbandierato, il secondo celato. Ora è chiaro che i diversi soggetti coinvolti si comporteranno diversamente a seconda che facciano riferimento al primo o al secondo intento, cosiccome è possibile che uno stesso soggetto faccia riferimento ad entrambi in momenti diversi in base alle proprie convenienze contingenti. Così può avvenire che chi interpreta le primarie come un’elezione partecipativa – non importa se sulla base di un convincimento democratico autentico oppure sulla base di considerazioni tattiche particolari – si scontri con le reazioni di chi, invece, nella sostanza, pur se in maniera recondita e non confessata, sia a favore di un esito plebiscitario. Soltanto tenendo presente questo doppio binario di ambiguità si può capire perché un’eventuale candidatura di Bertinotti susciti le compatte reazioni negative di coloro i quali sono più entusiasti sostenitori delle primarie. La proposta secondo la quale qualunque eventuale candidatura debba essere appoggiata da almeno due o tre partiti, ponendo di fatto ostacoli insormontabili a chiunque non sia Prodi, indica da quali veri propositi siano animati i suoi estensori. D’altra parte quando il disvelamento della doppia verità conduce il pettine sui nodi, non ci si può che attendere le reazioni scomposte di chi si è fatto trovare con “le mani nel sacco”. Il “se ti candidi tu mi candido anch’io” rivolto da Fassino a Bertinotti, assume un tono di minaccia solo se si intendano le primarie come un evento plebiscitario, perché diversamente nulla vi sarebbe di più naturale che il segretario del più grande partito della coalizione si candidasse. Il nervosismo del Segretario dei DS non è privo di ragioni; lui che ha appoggiato la proposta adesso vede come un incubo un Bertinotti candidato pescare a piene mani nel “correntone” in via di disfacimento. Certo i DS avrebbero preferito un’elezione che coinvolgesse i delegati dei partiti e dei movimenti, una consultazione dei “grandi elettori” ma una soluzione incompatibile con l’ipocrita intento sbandierato ai quattro venti. E così la partita delle primarie si giocherà sul terreno dei reciproci rapporti di forza, sul peso che ciascun candidato riuscirà a conquistarsi a forza sulla bilancia degli equilibri interni alla coalizione (ma anche su questo era facile profetizzare). Nel frattempo, e nel completo silenzio dei loquaci protagonisti della querelle appena descritta, i candidati continuano ad essere designati dai ristretti vertici dei partiti (vedi elezioni politiche suppletive, vedi candidatura di Piero Marrazzo). Arturo Parisi sul “Corriere” del 16 ottobre, invita accoratamente il centrodestra ad adottare le primarie “alla Prodi” per le future scelte del loro leader. Avanzando questo suggerimento egli è sicuro che un giorno il centrodestra gli sarà grato quando la successione di Berlusconi diverrà per quello schieramento un problema. Naturalmente il collaboratore del “Professore” non ha dovuto suggerire agli avversari di non utilizzare il metodo delle primarie per la scelta di tutte le candidature, perché in uno schieramento nel quale vige tutt’ora la prassi dell’investitura dei “soldatini di piombo” da parte del “capo supremo” sarebbe stato fiato sprecato. Invece aver consigliato agli avversari di adottare lo stesso progetto di elezioni primarie pensate per il centrosinistra, può essere in futuro motivo di soddisfazione: stante l’assenza di qualsiasi valenza partecipativa del progetto, chissà che il centrodestra non finisca per adottarle veramente. Un’ultima considerazione: la regione Toscana sta discutendo di un progetto relativo ad elezioni primarie. Ci auguriamo di poterlo commentare positivamente.
0 0 10/08/2005
09:17:45
 
Messaggi già letti DESTRA, SINISTRA E PARTECIPAZIONE
Mai un’elezione è stata più “globale” di quella che si terrà negli Stati uniti il prossimo mese di novembre, molti commentatori si sono spinti al punto di affermare che tutti gli abitanti della terra dovrebbero aver diritto al voto, tanta la posta in palio di questa prima elezione presidenziale del nuovo millennio dell’unica superpotenza mondiale. La disputa tra Bush e Kerry ripropone dopo tanto tempo due candidati figli di due interpretazioni diverse del mondo e della politica. Non v’è dubbio alcuno che le differenze in tema di giustizia, economia e di politica estera (soprattutto in tema di uniteralismo e guerra preventiva) divergono come non mai tra i due candidati. In altre parole il focus di queste elezioni ci riporta indietro a una disputa di scelte totalmente politiche, due approcci culturalmente ma anche ideologicamente diversi su tutti o quasi tutti i temi in questione. Sembra esser passato un secolo dall’ultima presidenziale (2000), in cui i candidati si distinguevano talmente poco che la scelta era tra Gush e Bore (Bush e Gore vedi M. Moore Cosa Hai Fatto a Questo Paese). Da partecipazionisti, ossia per definizione aperti ai contributi di destra come di sinistra, diciamocelo pure chiaramente: stiamo osservando un’elezione in cui si deve prendere posizione tra unilateralismo e multilateralismo, tra conservatorismo compassionevole e liberal (nel senso americano di progressista), ci sono ben delineate una posizione di destra e una di sinistra. Non c’è dubbio alcuno che la severa crisi mondiale che viviamo ci ha posto di fronte nuovi problemi e che le risposte hanno riproposto la politica in primo piano, vedi Zapatero in Spagna con il ritiro dall’Irak (ma anche il ruolo dato alle donne nel suo governo, l’abolizione dell’ora di religione cattolica etc), il comune di Genova (di sinistra) che vuole far votare gli stranieri, mentre Calderoli (Lega) di fronte a 28 stranieri morti in mare non trova meglio che dire che bisogna fermarli con le buone o le cattive. Insomma non c’è bisogno di scomodare Bobbio per capire che l’attuale crisi mondiale se un pregio l’ha avuto è di aver rimesso la politica (di destra e di sinistra) in primo piano. Certamente il trionfo del tatcherismo e del reganismo degli anni ottanta uniti al crollo del comunismo assottigliarono o in alcuni casi eliminarono le differenze ideologiche, come mirabilmente enfatizzato da Bertolotti (Ci Sono Anch’Io) l’economia dettava l’agenda dei governi, ad esempio Jospin in Francia e l’Ulivo in Italia privatizzarono più che i presenti governi di centrodestra. Oggi non è più solo cosi, la posta in gioco è planetaria si ridiscutono le idee e le posizioni sulla base di concrete scelte politiche. Ritornando a Bobbio e alla democrazia partecipativa, che come già detto non può per per la sua stessa natura essere di destra o di sinistra, deve come già da me sottolineato nella discussione seguita all’attivo politico dell’8 novembre 2003 riconoscere che le sue radici sono la dove c’è progresso e empowerment dell’individuo. Quelle radici appartengono a un qualcosa di cui si intravedono precoci segnali di distacco dalla dittatura dell’economia. Qualcosa che ritorna oggi con una forza non più vista perlomeno negli ultimi 15 anni: il pensiero progressista, aggiungerei di sinistra. Se nel futuro la scelta sarà davvero tra partecipazionisti e non-partecipazionisti, io resterei col sospetto che i primi siano di sinistra e i secondi di destra. Mauro Denevi agosto 2004
1 1 10/10/2004
09:54:50
da: maurodenevi@hotmail.com
 
Messaggi già letti IL BLUFF DELLE PRIMARIE
Un nuovo vocabolo è entrato prepotentemente nel lessico politico: primarie! Con la forza suggestiva che è propria di ogni parola d’ordine quando viene ripetuta ossessivamente, essa è riuscita a conquistarsi uno spazio di rilievo nel dibattito interno al centrosinistra. L’introduzione di questa novità lessicale si deve a Romano Prodi, il quale ha precisato anche i termini sostanziali della proposta: “Le primarie sono uno strumento per far partecipare i cittadini alle scelte politiche”. L’argomento, oltre ad essere fonte di dibattito è diventato da subito anche motivo di divisione. Da una parte gli entusiasti i quali sottoscrivono in pieno l’idea dell’ex Presidente della Commissione Europea. Tra costoro possiamo annoverare anche inossidabili esponenti di partito la cui personale biografia politica non lascia trasparire sforzo alcuno per favorire la partecipazione popolare ed anche chi, paracadutato dall’altro di una decisione presa dai vertici partitocratrici, si è trovato ad essere prima candidato e poi Sindaco di una grande città attraverso una procedura, che non è difficile sostenere, essere distante spazi siderali da quella fondata sul coinvolgimento della “base”. Dall’altra i dubbiosi e i decisamente contrari, in ossequio ad una tradizione politica che affonda le sue radici in una concezione elitaria della democrazia secondo la quale le decisioni spettano solo ed esclusivamente “alla classe dirigente”. Per la sua proposta Romano Prodi si è ispirato al modello statunitense, usato sia dal partito democratico sia da quello repubblicano e consistente nella designazione, da parte degli elettori dei due partiti, dei rispettivi candidati alla Casa Bianca. Tuttavia se l’intento sbandierato è quello di far crescere il livello della partecipazione popolare, non sembra che il sistema americano sia il più idoneo. Se così fosse dovremmo ammettere che il sistema politico statunitense è fondato sulla democrazia partecipativa il che, pur apprezzandone molti aspetti, pare francamente eccessivo. In realtà le primarie americane non introducono i cittadini nel processo decisionale (vero ed unico fondamento della democrazia partecipativa) ma consentono ai cittadini di scegliere chi deciderà per loro (rimanendo quindi in tutto e per tutto, all’interno della logica rappresentativa). Tutt’al più agli elettori statunitensi è garantito il diritto di essere inseriti in un percorso di scelta che alla fine premia il candidato più munifico economicamente. Posta l’evidenza di questo rapporto problematico tra primarie “all’americana” e partecipazione, qual è il vero intento di Prodi e dei suoi seguaci? Non è privo di significato il fatto che questa proposta sia emersa dopo le elezioni europee del 12-13 giugno. Lo spoglio delle schede – oltre al calo di Forza Italia – ha palesato le difficoltà della “lista unitaria” prodiana, rimasta al palo di un risultato che, al di là delle acrobazie dialettiche (quelle che trasformano le sconfitte in pareggi, i pareggi in vittorie e le vittorie in trionfi), è stato inequivocabilmente deludente. Il risultato di “Uniti nell’Ulivo” ha incrinato l’immagine di un Prodi in grado di trainare elettoralmente (per di più, un Prodi impegnatosi direttamente in campagna elettorale). Naturalmente niente di compromesso per il “professore”, tuttavia il suo attivismo post-elettorale può essere spiegato in questi termini: da una parte la necessità di trovare un argomento che, garantendo visibilità, potesse far superare questo piccolo imprevisto; dall’altra una procedura – le primarie per l’indicazione del leader – che blindasse la propria candidatura alla guida del centrosinistra attraverso un’investitura che assumerebbe le caratteristiche del plebiscito (perché per quanto in ribasso egli non ha rivali in termini di leadership). Nel dibattito si è inserito (tatticamente in maniera accorta) il partito della rifondazione comunista, rilanciando la proposta di primarie relative al programma. Bertinotti ha fatto balenare l’idea di una sua eventuale candidatura (alla quale non è difficile pronosticare un buon risultato da mettere sul piatto della bilancia nei rapporti di forza interni allo schieramento progressista in vista della costituzione di una possibile intesa elettorale). Insomma, par di capire, il tema delle primarie diventa terreno su cui si giocano i futuri equilibri dell’alleanza. Il capogruppo diessino alla Camera Gavino Angius ha, forse suo malgrado e con una semplice frase, fatto luce sulla vicenda e sulle segrete motivazioni dei due schieramenti: “A cosa servono (le primarie) se è Prodi il candidato di tutta la coalizione?” dove viene a palesarsi ad un tempo l’inossidabile certezza nelle capacità delle aristocrazie partitiche nell’interpretare, senza ascoltarla, la base, e lo smascheramento della valenza strumentale della proposta di Prodi. Naturalmente la proposta di Prodi ha almeno il merito di porre la questione (visto che dall’altra porzione dello schieramento politico italiano il tema è tradizionalmente tabù) e può dare il là ad un proficuo dibattito. In questo senso anche noi partecipazionisti vogliamo dire la nostra rilanciando alcune proposte: 1) primarie non solo per designare il leader della coalizione, ma per scegliere tutti i candidati nelle elezioni nazionali, regionali, locali ecc. In questo modo la scelta delle candidature non sarebbe appannaggio soltanto dei “soliti noti”, ma coinvolgerebbe tutti gli iscritti ai partiti. 2) Le liste elettorali così composte dalle scelte degli iscritti vengono, attraverso le elezioni, sottoposte al vaglio di tutti gli elettori ( i non iscritti ai partiti sono circa il 98% dei cittadini ed anch’essi debbono avere voce in capitolo sulla designazione della classe dirigente, perché le decisioni prese in Parlamento ricadono su tutti, iscritti e non iscritti). Gli eletti nelle Istituzioni, avendo così ottenuto un doppio mandato, hanno la legittimazione per diventare automaticamente i dirigenti del partito (gruppo parlamentare e consiglio nazionale del partito, per esempio, coinciderebbero e così via ad ogni livello istituzionale). I partiti sono un insostituibile strumento di partecipazione popolare: niente di più legittimo allora che la loro dirigenza sia espressa dai cittadini (iscritti e non iscritti). 3) Infine, per evitare ad un tempo l’occupazione delle Istituzioni e la blindatura dei partiti da parte dello stesso personale politico per un lasso di tempo troppo lungo, l’introduzione della norma che vieta la riproposizione della candidatura oltre il secondo mandato consecutivo a tutti i livelli istituzionali. In sostanza con questa proposta verrebbe garantito il ricambio della classe dirigente perché, posta la relazione tra eletti nelle Istituzioni e gruppo dirigente, nessuno potrebbe rimanere nella direzione nazionale per più di due legislature (se fosse già attuata questa norma diversi segretari e leader dei partiti italiani avrebbero dovuto già lasciare la mano invece di fossilizzarsi nel ruolo di monarchi insostituibili). Questi a nostro avviso sono i termini di una discussione tesa ad aumentare il tasso di partecipazione popolare alla politica. Finché proposte di questo tipo non troveranno spazio nell’agenda della politica italiana, noi saremo autorizzati, di fronte a proposte come quella di Prodi, a giudicarle per quello che sono: un bluff.
0 0 10/08/2005
09:16:12
 
Messaggi già letti LE PRIMARIE DEL CENTRODESTRA
E così, dopo aver esaurito un vasto campionario di piroette retoriche (prima sì per far partecipare, poi sì per legittimare il leader già incoronato, poi no perché inutili, poi di nuovo sì perché ri-giudicate indispensabili), il tormentone “primarie” approda anche nel centrodestra. Niente di cui sorprenderci; già nell’ottobre 2004 avevamo avuto il sospetto che il suggerimento offerto da Parisi allo schieramento avversario, relativo all’adozione di tale procedura per la scelta del leader, avesse buone possibilità di essere accolto, mancando ad essa un’autentica valenza partecipativa. Siamo stati facili profeti (niente di cui menar vanto dunque). Naturalmente anche da quella longitudine politica è da attendersi un balletto di ipotesi con un susseguirsi alternato di accelerazioni e colpi di freno. Staremo a vedere. Entrambi gli schieramenti ammantano questa decisione di amorosi sensi per la democrazia: “introduciamo il meccanismo democratico per la selezione della leadership”, gongolano all’unisono. Bene, un punto fermo lo abbiamo stabilito: l’utilizzazione di procedure democratiche per la selezione della leadership costituisce appunto una novità nella prassi partitocratrica italiana (ammissione, magari un tantino tardiva, ma pur sempre un’ammissione). Allora l’adozione delle primarie costituisce, a seguito di una simultanea folgorazione democratica, il tentativo di porre rimedio ad una situazione pre–democratica (o a-democratica)di cui soltanto adesso costoro si sono resi conto? Oppure si tratta dell’ennesimo esercizio di ipocrisia? Se dobbiamo giudicare in base al livello “standard” di corrispondenza tra pronunciamenti e comportamenti, sono tentato di rispondere: “la seconda che hai detto”. Pensiamo ad esempio a quanto si innalzino gli strali che entrambi gli schieramenti rivolgono – quando ne sono vittima – a coloro i quali trasferiscono armi, bagagli – e voti – nello schieramento opposto, salvo poi – quando ne sono beneficiati – accogliere a braccia aperte i professionisti della transumanza. Proseguiamo oltre. Le primarie solo per la scelta del leader sono uno strumento di partecipazione? Di partecipazione – in senso lato – sicuramente sì, di democrazia partecipativa altrettanto sicuramente no. Il principio su cui quest’ultima è fondata è l’esercizio diretto dei cittadini al potere politico (formulare proposte e partecipare alle decisioni) non il conferimento di deleghe. D’altra parte, pur accordando al sistema politico statunitense indubbi pregi occorre un certo spazio di fantasia per definirlo un sistema in cui vige la democrazia partecipativa. Questo tipo di primarie è molto più vicino al plebiscitarismo e alla personalizzazione della politica sulla base di “carismi” individuali, piuttosto che alla democrazia partecipativa e diretta. Ciò che invece appare graniticamente certo – più evidente nel centrodestra ma non assente nel centrosinistra – è che queste primarie sono uno strumento utilizzabili per misurare i rispettivi rapporti di forza tra partiti e leader (magari sotto forma di future poltrone ministeriali). Insomma, una partita tutta interna all’élite politica, altro che partecipazione popolare.
0 0 26/09/2005
09:18:26
 
Messaggi già letti L'ITALIA E LA SUA CLASSE POLITICA
Il nostro Paese sta attraversando un momento difficile, tanto che ormai apertamente si parla di recessione. A confermare questo quadro a tinte fosche sopraggiungono i dati che ci parlano di una crescita ormai attestata su valori negativi, di una competitività del “sistema Italia” e delle aziende italiane in forte calo, di una stagnazione (ormai pluriennale) del nostro export, di una percentuale di risorse – rispetto al PIL – impiegate in ricerca, sviluppo ed innovazione (cioè nell’investimento verso il futuro) tra le più basse d’Europa. Di fronte a queste difficoltà ogni soggetto sociale dovrebbe responsabilmente dare il proprio contributo per individuare eventuali rimedi. I sindacati, confindustria, le varie associazioni di categoria, le associazioni dei consumatori ecc. denunciano la gravità della situazione e presentano analisi, diagnosi e indicano delle ricette che, a loro modo di vedere, potrebbero contribuire ad invertire la tendenza. In queste temperie spicca, ancora una volta, l’irresponsabilità della classe politica italiana. Quando affrontano il problema lo fanno di solito sotto forma di “palleggiamento” delle responsabilità (“voi siete al governo quindi siete i responsabili” – “abbiamo ereditato questi problemi dal vostro governo” ecc.). Nessuno si assume le proprie responsabilità, nessuno fa autocritica. Ma c’è di peggio. Leggendo le pagine politiche dei quotidiani sembra di vivere in un altro Paese, in cui le priorità non sono quelle relative alle difficoltà economiche ma sono piuttosto quelle della costituzione del partito unico dei moderati, della sua futura leadership, oppure quella del balletto delle primarie (prima sì, poi no, adesso forse) o degli equilibri tra le diverse correnti della Margherita. Mentre i cittadini scontano sulla loro pelle gli effetti della crisi economica, leader, semileader, eserciti di generali, generali senza eserciti, spendono le loro “indubbie doti” in continui braccio di ferro per conquistare quel ministero o quel sottosegretariato in più, oppure si appassionano nel quantificare la quantità di cicoria ingurgitata. Spesso si sostiene che la classe politica italiana sia distante dai cittadini e dai loro problemi. Credo che mai come in questo caso essa dimostri la sua assoluta autoreferenzialità e, conseguentemente, la sua irresponsabilità
0 0 10/08/2005
09:24:41
 
Messaggi già letti NEW LABOUR E PARTECIPAZIONE
Il Nuovo Laburismo di T.Blair ha determinato una vera e propria svolta nel sistema politico britannico per i contenuti innovativi che questo leader ha saputo fornire al proprio movimento in contrapposizione sia allo storico avversario conservatore sia ai simpatizzanti scettici nelle stesse file laburiste che non pensavano a tale svolta né credevano di poterla attuare con una doppia vittoria che di fatto avrebbe relegato il partito di M.Tatcher al ruolo di opposizione per dieci lunghi anni. Credo sia importante ripercorrere alcuni tratti fondamentali del pensiero di Tony BLAIR sia perché risultato vincente in uno stato che , nel 1997, appariva in crisi di valori ancorché depositario di una secolare cultura democratica , sia perché diversi contenuti del pensiero new-labour si accostano con le tematiche proprie del socialismo reale e, con un salto culturale che potrebbe apparire anche ardito, con le tematiche della attiva partecipazione democratica al processo riformatore. Tengo ad evidenziare alcuni spunti essenziali scritti dallo stesso Blair nel suo testo intitolato “ Il Mio Nuovo Laburismo” del 1997 venduto anche in Italia, vero e proprio programma politico culturale del leader inglese che voleva presentarsi al grande pubblico d’oltre manica con uno scritto tanto sintetico delle proprie idee quanto chiaro e diretto. Assai interessante appare la premessa ideologica dove Blair parla di “socialismo cristiano” ; tale concetto sarà ripreso anche in altri momenti della sua speculazione politica ma la presentazione è assai seducente , si dice infatti che “ il messaggio cristiano è che la realizzazione di sé avviene in modo più completo attraverso la comunione con gli altri, ed i valori più profondi del socialismo democratico , fondati sulla convinzione che la società e la solidarietà sono intimamente legati ai valori cristiani , valori di riferimento per molti laburisti e sempre più attuali “. Partendo da tale concetto Blair afferma che occorre attuare i veri principi socialisti per migliorare la società moderna , una società di successo, lui dice, che “ tratta i propri impiegati non come servi ma come soci consentendo loro di partecipare attivamente , essi sono addestrati e motivati per avere uno scopo comune”. e ancora :” Non possiamo comperarci la via per una società sicura, dobbiamo lavorare assieme per migliorarla; Non abbiamo il potere di comperare la scelta di invecchiare , dobbiamo pianificarla insieme ; questa è la nostra visione, questo è il mio socialismo, noi siamo il partito dell’uomo perché siamo il partito della comunità”. Per tali motivi Blair ripete più volte che Welfare dovrebbe significare opportunità e sicurezza in un mondo che sta cambiando . Per cogliere bene il concetto di welfare occorre ricordare che Blair , più volte, affronta la dicotomia diritti – doveri sottolineando che si potranno ottenere per i membri della comunità tanti più diritti quanto più alto sia il senso del dovere dei cittadini che non è il semplice rispetto delle leggi o delle regole sociali ma un vera e propria corrispondenza spontanea e naturale tra ciò che la società richiede e quello che l’individuo è disposto a fare per crescere con essa. Del resto appare piuttosto importante , per collegarci alle nostre riflessioni e conclusioni , ricordare che tali principi che Blair riassume come concetti politici fondamentali della sua proposta ( comunità, responsabilità, opportunità e istruzione), trovano il loro punto di incontro nel concetto di “ stakeolder economy” – lanciato in un congresso a Singapore da leader inglese. La traduzione italiana è piuttosto complessa : STAKE partecipazione e colui che tiene, HOLDER colui che detiene ,inducono a pensare all’idea di compartecipazione del lavoratore all’economia : concetto cardine del pensiero laburista di Tony Blair , limitato rispetto alla partecipazione politica a 360 gradi propugnata dal Prof.Zampetti , ma, se inserita nel contesto in cui fu pronunciata, anno 1996 , assai interessante e stimolante. In merito a tale principio Blair afferma che :” oggi le economie dovrebbero essere finalizzate alla creazione di una stakeolder economy che coinvolga tutti e non solo pochi privilegiati : se si fallisce tale scommessa si rischia di sprecare talenti, sciupare abilità che potrebbero potenzialmente creare ricchezza negando le basi di fiducia su cui costruire una società coesa : se la gente ha l’impressione di non avere interessi nella società si sente poco responsabile verso di essa e poco incline a lavorare per il successo comune”. La versione di welfare che Blair dipingeva nel 1997 appariva pertanto come un corollario di idee più o meno innovative dove trovavano grande momento sia il concetto di socialismo cristiano sia la c.d.stakeolder –economy volta a promuovere una partecipazione più fattiva del singolo al processo di miglioramento economico del paese. Entrambi i concetti sono diretti al cuore della democrazia reale e consentono di accostare la speculazione dello statista britannico ai dogmi della partecipazione democratica responsabile e,aggiungerei, programmatica. Appare molto interessante l’affermazione che il Labour è il partito dell’uomo e della comunità : in un paese che vanta una fortissima tradizione democratica nonché una naturale vocazione al bipolarismo partitico lo schieramento che apertamente propugna il valore della “comunità” non poteva che essere il partito di Tony Blair ; affermazione interessante poiché collegata al concetto di stakeolder economy caro al leader inglese e cristallizzato alla base di un processo riformatore che Blair aveva voluto all’inizio ( e che poi non è stato finalizzato nel corso della legislatura),e che contiene il proposito di valorizzare la partecipazione dei lavoratori : trattare i cittadini come soci e non come sudditi. In pratica si chiedeva di condividere il programma economico proposto dal labour per cambiare il paese adottando forti interventi nel sociale e creando le premesse per consentire un dialogo più fattivo tra i cittadini e le istituzioni prima e durante la legislatura in modo da sensibilizzare gli inglesi sui problemi economici e sulle politiche di welfare. Credo che tale idea di partecipazione fosse una delle forti motivazioni del nuovo laburismo , motivazioni di cui aveva bisogno tanto per proporsi come alternativa di governo nel 1997 ( dopo tanti anni bui di tatcherismo), sia per risvegliare lo spirito democratico inglese : se tale medicina viene proposta in un paese dove la democrazia parlamentare è tanto sentita e se viene fatto con tale convinzione appare a chi scrive molto più di una semplice scommessa : appare ,anzi, fin troppo chiaro che Blair astutamente aveva già colto l’importanza di un proponimento tanto accattivante quanto innovativo come la partecipazione del cittadino al programma di governo attuabile all’interno dello stesso movimento, come riferito da alcuni quotidiani britannici eccetto , guarda caso il Thames. Infatti lo stesso labour si era proposto di monitorare la base politica sulle scelte ecomico-fiscali inserite nel programma di governo : tale tentativo , ricordiamo datato 1997 ( e questo non è poca cosa), seppure confinato ai temi dell’economia sembra un bel progresso che potrebbe( dovrebbe), cogliere chi in Italia vuole voltare pagina e relegare le riforme del centro-destra al libro dei ricordi . Tanto per essere più espliciti ci si potrebbe augurare un programma ulivista fondato sulle idee e innovazioni politico –amministrative ma anche sul confronto con l’elettorato sia sui programmi di base che sui provvedimenti conseguenti attuando una verifica periodica che faccia sembrare il voto non una delega al governo ma una investitura democratica che apre il dialogo tra cittadini e forze politiche. Allora potremmo anche oltrepassare i confini della stakeolder economy per lanciare un nuovo confronto politico di partecipazione che parta dai principi del socialismo cristiano per centrare obiettivi importanti di democrazia reale e non virtuale. Tony Blair ci è piaciuto nei suoi propositi , ci è piaciuto meno nella attuazione concreta assai limitata ma non , vogliamo credere, per sua volontà : lacci e laccioli stringevano i polsi del leader laburista in particolare circa le linee da adottare nella politica estera sempre più convergente con gli interessi USA che con quelli europei, il confronto interno è stato spesso aspro e pieno di contraddizioni ma , per convinzione, crediamo che lo statista britannico fosse sincero, che per quanto difficile da attuare completamente il suo programma fosse innervato di idee e propositi non solo ideali o propagandistici ma specchio di una cultura laburista nuova e vincente : vincente lo è stata sicuramente , nuova lo potrà essere se la Gran Bretagna vorrà tornare a dirigere la propria politica internazionale in maniera indipendente e consapevole del proprio ruolo, un ruolo che le impone non tanto ad essere da esempio per le democrazie europee ( come invece ,per alcuni, è stata in passato), ma ad essere protagonista nel suo continente in un progetto che dovrà essere portato a compimento con mezzi più democratici e meno congressuali : la federazione europea ha bisogno della Gran Bretagna , ha bisogno di leader che propongano e realizzino programmi di rinnovamento della democrazia ,della partecipazione dei cittadini all’attuazione dei loro diritti, ha bisogno del socialismo cristiano e di quel laburismo che voglia davvero cambiare per se , per la Gran Bretagna e , tanto per cambiare, per l’Europa che ancora deve trovare in maniera convincente la propria identità. Da ultimo ci piace l’idea di Blair sul welfare state : la dicotomia diritti – doveri che dovrebbe stimolare nel cittadino la partecipazione fattiva al rinnovamento della società ed al miglioramento tanto della sua immagine che della sostanza del vivere quotidiano ; tuttavia tale sollecitazione , anche questa interessante e seducente, appare strettamente collegata ad un efficiente meccanismo di attuazione della partecipazione medesima : dove manca questo il welfare appare solo una meravigliosa idea propagandistica. Si può e si deve chiedere ai cittadini più attenzione ai propri doveri morali , lo si deve chiedere ma al contempo i destinatari devono essere davvero promossi al ruolo di cittadini : con più responsabilità si possono e si devono prendere più decisioni. Si può e si deve : intuitivamente la democrazia trionfa dove si realizza il welfare, dove il singolo è chiamato a giudicare il programma e l’operato di governo proponendo a sua volta e non solo con il voto. Se funziona il meccanismo il welfare si attua con il buon funzionamento della stakeolder economy, si attua con un costante dialogo tra cittadini – partiti – istituzioni ( attenzione, a livello e in momenti differenti poichè ,ovviamente, i partiti non sono le istituzioni), si attua in sostanza una politica di programma che non esce dai propositi fondamentali dei riformisti veri. Il leader laburista , lo riconosciamo, ha senza dubbio risvegliato lo spirito democratico inglese , in un momento vicino alla recessione economica; ha fatto questo in un modo indubbiamente efficace facendo intuire orizzonti davvero di nuova politica , di realizzazione compiuta del welfare, di miglioramento della democrazia. Se tale giocattolo fosse stato così funzionale nella Gran Bretagna del 1997 Blair sarebbe stato il più grande statista del secolo , tuttavia le idee sono state abbozzate , chi vuole realizzarle non farà altro che portare sul tavolo delle riflessioni politiche il vero nodo della democratizzazione dei governi occidentali : si tratta solo di scegliere , di farlo o non farlo , ma non si potrà di certo proporre in eterno solo buone idee…….. FABRIZIO BATINI
0 0 15/12/2005
08:14:04
 
Messaggi già letti PRIMARIE: FINE DI UN ESPERIMENTO (ambiguo)
L’elezione di Nichi Vendola a Governatore della Puglia ha suscitato, giustamente, grande scalpore. Non soltanto per il fatto che la vittoria abbia arriso ad un esponente della sinistra radicale, ma soprattutto perché la sua candidatura è stata decisa con il metodo delle primarie. Si dice: “è una politica nuova basata sul coinvolgimento dei cittadini”. Giusto. Si concede a questo “esperimento” la giusta enfasi che di solito si accorda ai progetti di cambiamento. Giusto anche questo. Si sostiene infine: “la vittoria del centrosinistra è la vittoria della partecipazione”. Certo che se si misura il proprio tasso di politica partecipata rispetto a quello praticato abitualmente dal centrodestra, anche i partiti della vituperata prima repubblica potrebbero fare un figurone, ma questo non farebbe di loro (né dei partiti dell’Unione) gli alfieri della partecipazione. D’altra parte se del “modello Puglia” si cantano pubblicamente le lodi, perché lo stesso modello previsto a livello nazionale è stato cancellato? E qui finiamo per sprofondare nella solita, ipocrita, gattamortesca politica italiana. Che il vero intento delle primarie “prodiane” non fosse quello sbandierato lo avevamo capito da subito (il bluff delle primarie – ancora sul bluff delle primarie); esso era talmente evidente per cui prima o poi l’asino doveva cascare. Probabilmente per mesi si sono arrovellati per trovare una giustificazione alla cancellazione di una proposta portata ormai – impudentemente – troppo avanti; una soluzione che potesse salvare “la capra della leadership” ed i “cavoli dei DS”. E la soluzione è arrivata dai “tempi”: cosiccome i governi della prima repubblica erano adusi far passare i provvedimenti più indigesti durante il periodo balneare, così i leader dell’Unione hanno cassato l’iniziativa sfruttando il momento di euforia del proprio elettorato a seguito della sonante vittoria alle regionali. Non erano passate neanche 24 ore dalla fine dello spoglio, possiamo ben dire ad urne ancora calde, ed ecco arrivare la sentenza definitiva: “le primarie non servono più!”. E gli esponenti di partito che avevano condiviso con entusiasmo questo progetto perché ora tacciono? Per convinzione? Per adeguarsi – prassi- ai diktat dei loro capi? Nel primo caso sorprenderebbe la loro estrema malleabilità e a questo proposito non si può fare a meno di suggerire per il futuro, anche per evitare brutte figure, un po’ più di prudenza. Se invece la risposta giusta è la seconda, allora c’è da augurarsi che i loro vertici non gli ordinino di buttarsi dalla finestra, perché in quel caso passeggiare per le vie cittadine potrebbe rivelarsi pratica molto pericolosa.
0 0 10/08/2005
09:19:50
 
Messaggi già letti QUAL'E' LA SITUAZIONE DELLA PARTECIPAZIONE
A distanza di quasi due anni dalla nostra adesione al movimento di partecipazione e quasi due dalla conferenza nella quale presentammo l'esperienza di Porto Alegre, nostra città di provenienza, qual'è la situazione della partecipazione? Rispondere a questa domanda è certamente al di fuori della portata di questo breve articolo, possiamo certamente guardarci un pò in giro e vedere cosa è successo. Innanzi tutto un paio di buone novelle dal nostro movimento, entrambe riguardano il segretario Paolo Bertolotti che ha prodotto un libro di grande spessore (Ci Sono anch'Io) ed ha sfioratto la vittoria nelle comunali di Lumarzo (piccolo centro e sua residenza) dimostrando che le realtà locali sono probabilmente la naturale porta d'entrata del discorso partecipazionista. E poi magari Genova primo comune in Italia che estende il diritto di voto ai suoi stranieri residenti; il Bilancio Partecipativo (BP) di stile portoalegrense che comincia a far capolino in diversi comuni del paese. Ci sono poi dichiarazioni, aimè quasi solamente d'intenti per il momento da parte di politici di alto rango come questa di Pietro Folena (DS) : "E' in parte un ritorno alle origini della democrazia: penso alla rivoluzione americana e a quella francese che posero il popolo al di sopra del governo (...) ma in larga parte è un'esperienza nuova che rompe il meccanismo di delega in bianco e costringe i rappresentanti a confrontarsi con i rappresentanti non solo a fine mandato (...) deve diventare modello per la sinistra europea, deve essere anche il nostro programma, non solo quello di Lula. Badate, la democrazia è in crisi anche da noi e il federalismo non è da solo una risposta, se il funzionamento dei governi locali riproduce pedissequamente i vizi del governo centrale". Non possiamo non sottoscrivere queste parole, diventeranno mai realtà? Facciamo un passo indietro e volgiamo la nostra attenzione all'esperienza di Porto Alegre paradigma mondiale del BP di successo. Tutto cominciò con il governo del PT nel 1989 con appena 200 partecipanti alle riunioni, oggi sono oltre 50 000 discutendo una fetta sempre più ampia del budget della città, e il governo PT ha ottime chances di continuare ad essere rieletto alle prossime amministrative di ottobre. Durante una nostra breve intervista lo scorso mese di marzo Luciano Brunet, assesore e consulente in materia di BP del sindaco di Porto Alegre, ci ha ribadito che quest'esperienza negli anni continua ad essere lodata e studiata da tre differenti approcci, dai punti di vista politico, amministrativo e accademico. Politicamente vengono affrontate le questioni strategiche di pianificazione e l'addattabilità alle varie situazioni nazionali o regionali. Notoriamente in Europa il comune parigino di St Denis è all'avanguardia nell'applicazione, cosi come vari comuni italiani stanno adottando il BP. Sul versante amministrativo e degli indicatori di governabilità, il BP è diventato osservato speciale (e paradigma virtuoso) della Banca Mondiale e dell'ONU per la sua applicabilità. Infine dal punto di vista accademico il BP ha sollevato interesse e ricerca un pò in tutto il mondo, in Italia si veda il lavoro di Allegretti dell'università di Firenze. Che cosa ha reso possibile il successo di Porto Alegre e fa che le persone lo richiedono ancora? Eppure persino le classi medie nei paesi avanzati disertano in maniera sempre più ampia i seggi elettorali . L'internet che da molti era atteso come il grande democratizzatore, lo strumento di democrazia diretta per eccellenza sta tardando a fare l'impatto immaginato . Infine cosa manca per partecipare in senso lato ai meccanismi politici? Forse il prammatico discorso neoliberale che l'economia comanda i meccanismi politici e sociali , cioè che le iniziative degli individui e dei gruppi siano inutili, propizia la non-partecipazione formando un circolo vizioso. Ciò che Dejours chiama banalizzazione dell'ingiustizia sociale è che gli individui si adattano alla routine politico-economica imposta dalla consuetudine di chi sta al potere, finendo per lasciar le cose come stanno anche quando esse ripugnano. Continuando a seguire il ragionmento di Dejours la non-partecipazione non è percepita, come dovrebbe, come un'ingiustizia, un divario tra chi governa e il governato. Al contrario la giustizia viene intesa come un sistema dove tutto deve continuare con gli strumenti già lubrificati sia in economia (anche se questi significano altri dolorosi 'esuberi'), sia in politica rappresentativa. Un discorso conservatore che essendo basato su una razionalità economica ha dalla sua i numeri ed è sempre più difficile da smontare. Il discorso progressista ponendosi come base l'importanza dell'individuo non ha aridi dati da offrire. E cosi ci si accomoda fino a quando qualcosa ariva e scompiglia le carte, ponendo al centro l'individuo e magari fornendo un modello di gestione economica. C'è voluta l'esperienza di Porto Alegre che si è volta contro consuetudini e taboo consolidati per uscire fuori dalla stagnazione. Esso ha i numeri, è un'esempio di buona amministrazione, ha dato il potere (quello vero e non delegato) ai suoi cittadini. Infine non è forse la partecipazione l'unico metodo politico per realizzare finalmente quella armonica unione tra l'individuo e la collettività già ricercato nelle poleis della Grecia antica? Mauro Denevi & Beatriz Rodrigues
1 1 07/11/2004
10:27:20
da: maurodenevi@hotmail.com
 
Messaggi già letti Ratifica Costituzione Europea
Non passa giorno senza che ci vengano risparmiati sempre nuovi motivi per confermare il sospetto che alla nostra classe politica piaccia ben poco la partecipazione democratica dei cittadini. Last but no least, la questione dell’approvazione del Trattato Costituzionale europeo. L’intendimento emerso nel governo, e pare condiviso da gran parte dell’opposizione consiste nella ratifica tramite legge ordinaria. Salta subito agli occhi, credo, la sproporzione tra l’importanza storica del documento e la frettolosità di un procedimento che non tiene in alcun conto l’opinione dei cittadini. Dell’importanza di questo passaggio costituzionale vi è poco da aggiungere rispetto alla gran cassa suonata con vigore dall’intero universo politico italiano, coeso nell’indicare, giustamente, il lavoro della Convenzione come una svolta epocale. È troppo chiedere che su questa svolta epocale siano ascoltati i cittadini, dopo tutti i discorsi sul principio di sussidiarietà? In realtà l’eventualità di indire un referendum è stata da subito accantonata. “D’altronde anche volendo” –intona il quasi unanime coro- “questa strada non è percorribile perché la nostra Costituzione (art. 75) non ammette l’uso del referendum per la ratifica dei Trattati internazionali”. Peccato che il “vorrei ma non posso” mal si addica a chi sta facendo scempio con colpi di accetta inferti a maggioranza, di oltre quaranta articoli della stessa Costituzione. E che dire di coloro i quali, non più di tre anni fa, hanno riformato il titolo V con l’esile maggioranza di quattro voti? Insomma, se non ho capito male, ciò che è riuscito ad entrambi gli schieramenti in beata solitudine non può essere conseguito dalla quasi unanimità delle forze parlamentari? Misteri della “Seconda Repubblica”. È del tutto evidente che la scelta adottata non è da ascrivere all’impossibilità di modificare un articolo della Costituzione, ma a ragioni di opportunità politica. Seguendo la traccia di queste “ragioni di opportunità politica” si finisce per sprofondare nel ridicolo. Uno sostiene: “la scelta è stata determinata dalla volontà di contenere i già alti costi della politica”; il secondo azzarda: “non indicono il referendum poiché la gran parte delle forze politiche è comunque favorevole”; “è soltanto perché hanno deciso che l’Italia sia il primo paese a ratificare il Trattato”, dice il terzo. E avrebbe ragione. In questo caso non c’è neanche bisogno di prodursi in interpretazioni dietrologiche perché sono i politici stessi a confessarlo tranquillamente. “La strada referendaria è percorribile solo attraverso la riforma dell’art. 75 Cost., relativa doppia lettura in ciascun ramo del Parlamento ed ad intervallo di tre mesi”. La Spagna ha indetto il referendum per il 20 febbraio: fate un po’ i conti. Conclusione: al popolo italiano viene scippato il diritto-dovere democratico del voto referendario perché i signori hanno deciso, per una volta, di fare i primi della classe. Paolo Bertolotti
0 0 23/11/2004
12:58:41
 
Messaggi già letti REFERENDUM E DEMOCRAZIA
Da diversi anni ormai larghi settori dell'establishment perseguono con decisione la strategia della "neutralizzazione" del principale istituto di democrazia diretta. Non ci si deve sorprendere del fatto che lobbies ed istituzioni tradizionalmente non democratiche adottino questa linea: in fondo esse non contraddicono una sensibilità democratica non richiesta ( che tuttavia sarebbe meglio avessero). Ma se in questo gioco al massacro sulla pelle delle democrazia si produce anche la classe politica, allora la questione diventa ben più grave. Non si pretende che essa promuova riforme atte a consentire una maggiore inclusione dei cittadini nelle decisioni politiche (questa speranza è già caduta da tempo), ma che almeno non dia il suo decisivo contributo nell'affossare quella esistente questo sì, va preteso. Se la democrazia è partecipazione dei cittadini, suggerire loro di rinunciare a questo diritto sancito costituzionalmente è un colpevole - perché interessato - tradimento della democrazia. Che paradosso: gli esponenti politici che a turno, negli ultimi anni, hanno raccomandato l'astensione, sono gli stessi che ogni qualvolta si registra un calo nell'affluenza alle urne alle elezioni politiche piangono lacrime di coccodrillo per - sono parole loro - "un fenomeno preoccupante per la democrazia". Insomma par di capire: la partecipazione è gradita quando si tratta di delegare; un po' meno quando si tratta di decidere!
0 0 10/08/2005
09:14:40
 
Messaggi già letti REFERENDUM SULLA PROCREAZIONE ASSISTITA
I quattro referendum per l’abrogazione parziale della legge 40 relativa alla procreazione assistita hanno suscitato un acceso dibattito di carattere scientifico ed etico. L’esito fallimentare della consultazione referendaria deve invece stimolare prima di tutto una riflessione politica, più precisamente una riflessione sull’impatto dell’astensionismo – e della sua promozione – sul nostro sistema democratico. E più precisamente ancora non in relazione all’astensione in sé – più che legittima né all’indicazione relativa all’astensione promossa da ambienti non politici – anch’essa legittima, piuttosto all’astensione propagandata da ambienti politici – forse legittima ma sicuramente, dal punto di vista democratico, inopportuna. Ampi settori della nostra classe dirigente si sono adoperati per questo esito non disdegnando l’utilizzo di argomenti quantomeno discutibili se non addirittura insultanti. In primo luogo salta subito agli occhi la differenza di comportamento adottata a seconda che ci si trovi di fronte a consultazioni “rappresentative” (politiche, europee, amministrative) o a consultazioni di democrazia diretta (appunto i referendum). Nel primo caso le nostre città vengono inondate di simboli, di facce, di programmi (a dire il vero più facce che simboli e più simboli che programmi), le cassette delle lettere sono sommerse degli stessi simboli e facce corredate, qualche volta, da affettuose lettere “all’amico elettore” ed imploranti preferenze personali. Quando viceversa i cittadini sono chiamati a decidere direttamente sulle questioni loro sottoposte “l’artiglieria pesante” lascia il campo alla “fanteria appiedata” – quando va bene – oppure – quando va male -, si sollecita, con un crescendo di disinvoltura, l’astensione, la rinuncia ad usufruire di un diritto forte di cittadinanza ( giova ricordare che a turno, per i diversi quesiti referendari promossi nell’ultimo decennio, quasi tutte le forze politiche hanno predicato l’astensione). Se esiste un elemento che distingue la democrazia da un regime non democratico questo è proprio la partecipazione dei cittadini alle scelte collettive. Naturalmente si può anche non essere d’accordo su tale assunto e preferire alla democrazia il “governo dei custodi”, ma allora si abbia il coraggio di dirlo. Ed invece con una indubbia e stupefacente abilità dialettica la classe politica si autodefinisce presidio democratico e, allo stesso tempo, predica la non partecipazione al voto invitando i cittadini a godere del ben più piacevole passatempo balneare. Perché sorprendersi dunque se anche i vertici istituzionali – Presidenti di Camera e Senato – si sono adoperati in questa attività dissuasiva? Loro, sempre pronti a difendere – giustamente – la centralità e le prerogative del Parlamento, in questa circostanza non hanno trovato di meglio che reclamizzare la liceità – costituzionale – dell’astensione. Eppure quante volte abbiamo ascoltato autorevoli opinioni – tra le quali spiccano proprio quelle di molti politici – denunciare con preoccupazione il fenomeno dello “ scollamento tra Paese legale e Paese reale”, “tra i cittadini e la politica”, quando non addirittura denunciare con allarme il disinteresse, il disimpegno verso la cosa pubblica. Se questi sono mali reali non è certo con l’astensione che si possono sanare. Sin qui le argomentazioni discutibili; passiamo adesso a quelle offensive. Robert Dahl (uno dei più autorevoli politologi e studiosi della democrazia) sostiene che insieme ai requisiti “tecnici” – diritto di voto, di associazione, periodicità delle elezioni, informazione libera e plurale ecc. – la democrazia è fondata anche su presupposti da lui definiti “principio forte di uguaglianza” e “presunzione di autonomia personale” (La democrazia e i suoi critici, 1990). Secondo il primo: “i cittadini sono adeguatamente qualificati a governare se stessi”; per il secondo:”ognuno deve essere ritenuto il migliore giudice del proprio bene e del proprio interesse”. È evidente che chi non crede che i cittadini dispongano di tali facoltà si iscrive ipso facto nel partito del regime dei “custodi” non in quello della democrazia. I politici lo sanno bene ed eccoli infatti protagonisti di un’ardita acrobazia logica: quando si tratta di scegliere i propri rappresentati i cittadini possiedono tali requisiti, quando invece si tratta di decidere direttamente quegli stessi requisiti scompaiono nelle nebbie di una insufficiente capacità di giudizio. Uno degli argomenti maggiormente utilizzati a favore dell’astensionismo era più o meno questo: “il quesito è troppo complesso perché i cittadini (evidentemente considerati come microcefali incapaci di giudicare, questo l’ho aggiunto io ma è implicito in questa argomentazione) possano esprimere un giudizio con cognizione di causa. Insomma – chiosa finale – largo ai competenti ed ai responsabili! Ma chi sarebbero questi competenti? La classe politica forse? Se parliamo di competenza essa è veramente tutta da verificare a giudicare dallo stato di salute complessivo del Paese e dell’economia in particolare. Se invece parliamo di senso di responsabilità che dire di una classe politica che di fronte alla crisi economica più grave degli ultimi decenni si sollazza beatamente con il “partito unico dei moderati” o si diletta a pesare la quantità di cicoria ingurgitata dai capi, presunti capi, capetti e quaquaraqua? Oppure nel caso specifico dell’ultimo referendum, sono gli scienziati a doversi assumere l’onere della decisione? Realizzando così il mito positivista della sostituzione della politica – e della democrazia – con la scienza? In ogni caso, par di capire, gli unici non abilitati sarebbero i cittadini. Tuttavia siamo stati forse troppo severi: in fondo i partiti (neanche tutti) hanno lasciato libertà di coscienza ai propri elettori. Che spirito liberale! Evidentemente l’alta considerazione che costoro hanno di se stessi li legittima ad autoproclamarsi proprietari delle coscienze individuali (ma per quanto ne so dovrebbero esse i regimi totalitari ad essere preda di questi deliri di onnipotenza). Ma era veramente troppo chiedere di sostenere le proprie tesi attraverso il no e non diseducare i cittadini alla partecipazione? (a meno che non sia proprio questo il recondito obiettivo). Ciò che è peggio è che la maggioranza degli italiani ha accettato l’indicazione. Non so se per disinteresse, oppure a causa dell’argomento indubbiamente non semplice, oppure ancora per altri motivi. Può darsi che questo risultato sia scaturito dalla considerazione – molto spesso evocata – secondo cui “tanto non cambia niente”. E così non cambia niente veramente!
0 0 10/08/2005
09:23:21
 
Messaggi già letti SUL REFERENDUM FRANCESE DI RATIFICA AL TRATTATO
Il referendum popolare di ratifica del Trattato costituzionale europeo, tenuto in Francia il 28 maggio scorso, è stato un evento di grande rilevanza politica. Essendo un fatto di tale portata su di esso si è sviluppato, inevitabilmente, un approfondito e acceso dibattito. Inevitabile anche questo. Altrettanto inevitabilmente si sono sprecate le interpretazioni sull’esito avuto dalla consultazione. Eserciti di soloni hanno interpretato facendo a gara per ottenere la patente di “interpreti ufficiali” dell’intento espresso dal corpo elettorale transalpino. Come sempre capita, anche in questo caso inevitabilmente, i vari esegeti hanno dimostrato la solita, indubbia abilità nel piegare l’interpretazione del fato verso le proprie posizioni politiche in merito alla costruzione europea. E così ci siamo dovuti sorbire le opinioni degli europeisti a tutti i costi i quali, pur riconoscendo che il no di uno Stato fondatore ha una rilevanza tutt’altro che secondaria, si sono affrettati a sostenere la tesi secondo la quale “in fondo non cambia nulla”. Non sappiamo ancora se costoro prefigurino per la Francia lo stesso iter previsto a suo tempo per la Danimarca quando, dopo aver bocciato tramite il referendum il Trattato di Maastricht, lo stesso quesito gli fu riproposto l’anno successivo; di sicuro però, sostenere che “comunque non cambia nulla” non sembra essere una frase troppo rispettosa della volontà popolare. Dall’altra parte della barricata la malcelata soddisfazione dei tutori delle patrie (grandi o piccole che siano) si è avvalsa di un ben corposo armamentario di argomenti che vanno dalla esasperazione provocata dall’introduzione dell’euro, ad un allargamento ad est troppo frettoloso, non disdegnando di chiamare in causa addirittura la polemica contro il superstato “giacobino”. Non sono mancati naturalmente i riferimenti alla politica interna francese – “è stato un voto contro Chirac”- Come si può vedere gli argomenti non mancano – sempre inevitabilmente-; né manca la sicurezza di avere la risposta pronta e preconfezionata – c’è bisogno di aggiungere inevitabilmente? -. Ma chissà perchè la spiegazione più ovvia (legittima come le altre) nessuno lha azzardata: e se i popoli, a cominciare da quello francese, in questo grande processo storico si fossero sentiti sinora degli spettatori, ansiosi di far sapere, magari in modo traumatico, che invece ambirebbero ad essere attori? Comunque sia, in tutto questo florilegio di interpretazioni, di opinino e di incertezza, possiamo a buon titolo indicare l’unica certezza: non ci saranno interpretazioni, spiegazioni e commenti su un analogo pronunciamento del popolo italiano: semplicemente perché nessuno glielo ha chiesto (ma si sa l’art. 75 della Costituzione vieta i referendum popolari per la ratifica dei Trattati internazionali e si sa altrettanto bene – come dimostra la recente cronaca parlamentare – che la nostra classe politica è estremamente ossequiosa della Costituzione).
0 0 10/08/2005
08:54:58
 
POLITICA INTERNAZIONALE
Messaggi già letti LA LEZIONE DELLE ELEZIONI TEDESCHE
L’esito della consultazione elettorale tedesca del 18 settembre – il parto della “grande coalizione” tra SPD e CDU CSU – costituisce una significativa e ulteriore prova di quanto, noi del Movimento di Partecipazione, ci sforziamo di sostenere da tempo: la inadeguatezza di vecchie formule politiche ottocentesche (l’alternativa destra/sinistra come asse del quadro politico), e la conseguente, a nostro avviso, “stagnazione” entro i confini di un’unica, grande “palude” senza reali alternative politiche. Non che le prove a sostegno di questa tesi mancassero: era sufficiente analizzare le politiche prodotte dai governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni per rendersene conto: in Italia la “continuità” ideologica tra il “pacchetto Treu” e la “legge Biagi”, tanto per fare un esempio non irrilevante (la differente impostazione politica in relazione al tema della riforma del mercato del lavoro dovrebbe essere un dato qualificante di questa presunta alternativa). Ma si sa, un conto è quando ci si trova all’opposizione, tutt’altro conto è quando si è al governo. E che dire della guerra, condannata o approvata a seconda degli scranni parlamentari occupati? Ancora: nessuno chiede conto ad ex potentissimi capi di Stato di ciò che hanno fatto (o meglio non fatto) quando reggevano le sorti del mondo (in merito alla lotta alla povertà per esempio?). Anzi, al contrario abbiamo assistito a quell’evento mediatico mondiale (la c.d. “Clinton Global Iniziative”) in cui nostrane comparse hanno partecipato, insieme ad “insospettabili” ospiti (Ruper Murdoch, Paul Woffowitz e Condoleeze Rice), suonando la grancassa a quello che molti, a ragione, hanno definito come un gigantesco spot elettorale a favore dell’ex first lady. Ma torniamo al caso tedesco; se destra e sinistra costituissero realmente autentiche alternative, tutto si potrebbe verificare fuorché, appunto la “grande coalizione”. La parabola che conduce dall’antiteticità all’alleanza di governo non pare un po’ azzardata? La risposta secondo cui questo fosse l’unico esito possibile non fa altro che avvalorare le nostre tesi, perché a questo punto è di tutta evidenza che la distanza tra SPD e CDU CSU è inferiore rispetto a quella esistente tra il partito di Scrőder e quello di Lafontaine. Il punto, si badi, mentre l’esito elettorale offriva la possibilità di costituire un governo che, secondo la bipartizione tradizionale, era sicuramente più coerente (SPD+ Verdi + Linke). E allora, al di là del vecchio ciarpame ideologico diffuso sempre a piene mani, cosa resta – nei fatti – di questa bipartizione? Nulla, o poco più, e neanche la “neolingua” (new labour, riformismo ecc.) può nascondere la verità della grande palude di cui sopra. Certo, un sistema politico in cui non esistono alternative politiche è piuttosto incompatibile con una democrazia che si definisce “pluralista”. Ma anche a questa incongruenza c’è la soluzione: l’agitazione di più o meno gloriosi vessilli, di vecchie e rodate parole d’ordine – riandando sempre a pescare a piene mani nel serbatoio tradizionale – in grado di incanalare il malcontento e la richiesta di alternativa verso un binario (politicamente) morto e dunque inoffensivo. Anche questa è una tattica vecchia, ma quel che è peggio è una tattica che funziona. Il problema politico del nostro tempo è la crisi della rappresentatività politica e delle sue Istituzioni; è la concentrazione del potere politico ed economico nella mani di un numero sempre più limitato di soggetti; è l’esclusione della stragrande maggioranza dei cittadini dai meccanismi decisionali; è la frattura sempre più evidente tra una classe politica sempre più autoreferenziale e la società ecc. C’è chi vuole mantenere questa situazione e chi vuole modificarla; o meglio: chi è per la democrazia rappresentativo – elitaria e chi è per la democrazia partecipativo – popolare. Questa è la vera alternativa politica del nostro tempo, il resto è solo chiacchiericcio (interessato).
0 0 11/10/2005
08:43:37
 
Messaggi già letti Una tigre da cavalcare lasciata in eredità
Pochi giorni fa sfogliando le pagine del televideo rai trovammo nella rubrica Atlante un’interessante analisi che poneva in risalto che il continente sudamericano si era con la recente elezione di Vasquez in Uruguay certamente spostato a sinistra (con l’eccezione di Colombia, Peru e Bolivia tutti i paesi sono guidati da leader di sinistra), diventando così la grande speranza dei socialisti nel mondo. Cercare qui le radici di questo risultato è fuori dello scopo di quest’articolo ma è chiaro che vi sono condizioni economico/politiche/sociali che hanno portato allo sdoganamento dei partiti di sinistra e nell’ultimo decennio gli hanno consentito di raggiungere, spesso per la prima volta, il potere nei rispettivi paesi. Questo cammino iniziò in Cile, ma fu l’elezione di Lula un ex operaio metalmeccanico e sindacalista fondatore del Pt (partido dos Trabalhadores) in Brasile alla fine del 2002 quella che suscitò le più grandi attese. Si ricordi, che il Pt fu il partito che introdusse la democrazia partecipativa a Porto Alegre fin dal lontano 1989, e che il Brasile fin dalla sua democratizzazione avvenuta nel 1984 era stato guidato da presidenti piuttosto moderati appartenenti all’elite politica del paese. L’elezione di Lula portava con se le speranze delle classi meno abbienti urbane e della classe media più istruita. Nella stessa analisi di Atlante appariva però evidente che, riflettendo l’opinione di molti osservatori più o meno distaccati, recentemente Lula era stato spodestato dall’argentino Kirchner dal suo ruolo di campione (e più radicale degli innovatori) in quest’avventura della sinistra sudamericana, vediamone i perché. 1. Nell’analisi gia vista in Spira un vento di novità dal Brasile fin dall’inizio la presidenza Lula si è caratterizzata, un pò a sorpresa, per un forte pragmatismo negli accordi internazionali. Il governo Lula è accusato a sinistra di esser capitolato nei confronti del gigante statunitense, ad esempio negli accordi dell’ALCA (Area di Libero Scambio delle Americhe) di Miami alla fine del 2003, ed in generale di intrattenere buoni rapporti con Bush. Resta altresì vero che in altre istanze Lula ha assunto posizioni certamente antagoniste a quelle dei cosiddetti paesi ricchi. Ciononostante la sua posizione sul debito da pagare all’FMI (Fondo Monetario Internazionale) è diametralmente opposta a quella di Kirchner. Lula al contrario del suo collega argentino ritiene che il debito vada assolutamente pagato, questo ha reso possibile il ‘sorpasso’ di Kirchner come leader delle speranze di sinistra radicale nel continente sudamericano. E’ bene ricordare che, l’Fmi è considerato da molti in Sudamerica una specie di strozzino che impedisce lo sviluppo delle economie locali. Normalmente i candidati delle sinistre sono i più critici nei riguardi di quest’organizzazione, spesso il non pagamento del debito è parte della loro piattaforma politica. 2. Il sistema politico brasiliano impedisce rapidi cambiamenti giacché per attuarli si tocca sempre una costituzione che entra nei più piccoli dettagli, quindi è necessaria la maggioranza qualificata in parlamento per approvare leggi che altrove sarebbero considerate ordinarie. Di qui la necessità di fare coalizioni per il PT che è ben lontano anche solo dal detenere la maggioranza semplice nel congresso brasiliano. Vista la naturale ritrosità di questo partito nel fare coalizioni e l’isolamento nel quale i maggiori partiti tradizionali cercano di confinarlo, questo ha reso il passo delle riforme particolarmente lento. 3. Mentre la distribuzione di terra a membri dell’Mst (Movimento Senza Terra) è ancora ad uno iniziale, solo 49000 famiglie hanno ricevuto terra mentre Lula aveva promesso di risistemarne 530000 entro il 2006, da una parte inquieta la classe media e certamente i proprietari terrieri, ma allo stesso tempo visto il ritardo nell’applicazione delle promesso insoddisfa l’Mst che già è sul piede di guerra. La priorità data al progetto Fome Zero e in particolare il programma di ridistribuzione Bolsa Familia, così come altri investimenti nel sociale sono senza dubbio i cavalli di battaglia della politica sociale del governo. Il progetto fome zero per sradicare la fame dal paese invece sta dando risultati incoraggianti e riscuote un’indubbio successo popolare. Volendo però essere l’avvocato del diavolo ci poniamo la domanda se, questo che è fondamentalmente un programma di ridistribuzione del reddito (già 5,3 milioni di famiglie sono state toccate dal programma Bolsa Familia dalle enormi ambizioni e saranno 8,7 milioni alla fine del 2005) non sarà un’ulteriore fonte d’inquietudine tra alcuni strati della classe media? La pertinenza di questa domanda è dovuta al parziale insuccesso delle recenti amministrative in cui secondo molti analisti il Pt avrebbe perso voti soprattutto tra le classi medie. Vi è infine il taglio delle pensioni del settore pubblico, un ‘classico’ serbatoio di voti del partito, che ha causato molta polemica tra i sostenitori, nelle parole di un docente dell’università federale di Porto Alegre è come se volessero ‘picchiare gli amici’. 4. Infine le recenti elezioni che hanno visto il Pt perdere le sue due amministrazioni-vetrina Porto Alegre e Sao Paolo, anche se il numero di città conquistate è aumentato da 187 a 411, queste ultime sono principalmente centri minori. Mentre si può argomentare che il voto complessivo del Pt nel paese sia rimasto fondalmentalmente invariato, e che il Pt è adesso il partito che detiene il maggior numero di capitali federali (9 su 26) la sconfitta nelle sue due metropoli-chiave pesa come un macigno. A Sao Paolo il sindaco Marta Suplicy autrice di programmi innovativi nelle miserabili periferie della città, nei trasporti e nelle scuole, pur avendo indici di popolarità superiori a quelli dello stesso Lula, è stata sconfitta da José Serra (il candidato sconfitto da Lula nel 2002). La sconfitta di Sao Paolo e quella di Porto Alegre, hanno spiegazioni di politica locale, come vedremo più tardi nel caso di Porto Alegre, ma allo stesso tempo nell’opinione di molti costituirebbero un rimprovero al governo Lula. Come abbiamo visto sopra le sue riforme appaiono lente, critiche piovono da sinistra, Mst, pubblico impiego etc. A questo si aggiungono naturalmente le critiche da destra e un’imputazione pubblica per una presunta arroganza del Pt . In un’intervista riportata dalla rivista brasiliana Istoé nel dopo elezioni Lula ha promesso più umiltà e maggior spazio agli alleati le sue parole ‘dobbiamo vedere quel che è successo alla classe media’, rivelano la preoccupazione maggiore in termini di perdita di consensi. Cosa è successo in particolare a Porto Alegre? Parlare di questa città è ricostruire la storia della democracia popular specialmente del suo Bilancio Partecipativo (BP). Il Pt introdusse con molto coraggio questo strumento di democrazia partecipativa che continua ad attirare su Porto Alegre ‘L’interesse e lo studio da tre diversi punti di vista: politico, accademico e amministrativo’ tanto per usare le parole del collaboratore del sindaco Luciano Brunet, da noi contattato lo scorso mese di marzo. Come abbiamo visto sopra, dopo 15 anni di ininterrotto governo il Pt è stato sconfitto. Vediamo intanto chi è il vincitore. Fogaça è un senatore che con grande ostinazione si opponeva alla giunta militare che ha governato il Brasile dal 1965 al 1984, genericamente parlando si può definire un uomo di sinistra, il suo partito pure il Pps (Partito popolare socialista) è da ritenersi di sinistra moderata. Indubbio è però il fatto che per sconfiggere il Pt a Porto Alegre, Fogaça e i suoi hanno dovuto fare il pieno dei voti dell’elite tradizionalista e conservatrice. Dati questi presupposti sarà difficile attendersi una politica innovativa da parte della nuova giunta. La cosa più interessante è, almeno sulla base delle informazioni disponibili in questo momento, è che Fogaça non si è neppure sognato di mettere in discussione il Bilancio Partecipativo (una vittoria per la democrazia partecipativa in senso lato). Evidentemente questo è un patrimonio molto grande ricevuto in eredità, una tigre da cavalcare diremmo, quando i cittadini si abituano a certe sacrosante libertà è difficile togliergliele. Al contrario tra le varie ragioni della sconfitta, cioè la parziale delusione per l’operato di Lula, i timori generati da un Pt che in fondo ha già iniziato una ridistribuzione di rendita, un fortemente coalizzato fronte anti-Pt,e altro. Si puo trovarne un’altra a carattere locale molto significativa sulla quale gli stessi dirigenti del Pt portoalegrense dovranno confrontarsi ora che si tratta di costruire una nuova fase. Durante le elezioni municipali di quattro anni vi era il sospetto da parte della base che il candidato poi risultato vincitore Tarso Genro, per inciso uno degli elementi di maggior spicco del partito livello statale e federale , avrebbe lasciato il suo incarico a metà strada per concorrere all’elezioni di governatore per il Rio Grande do Sul. Genro assicurò che non lo avrebbe fatto, solo per poi smentirsi e concorrere (perdendo) per il ruolo di governatore nel 2002. Il Pt il partito della partecipazione non aveva ascoltato la sua base. C’è tempo comunque per il Pt di Porto Alegre, e altrove di rifarsi, 15 anni di governo hanno consegnato a Fogaça una città che è una referenza mondiale in termini di democrazia partecipativa, dove i suoi cittadini hanno trovato una nuova dimensione di cittadinanza. Il prossimo mese di settembre incomincia all’interno del Pt il PED, il processo di elezione diretta della dirigenza a livello municipale , statale e federale. Quanti dei nostri partiti politici, tutti ‘disposti a dare il giusto spazio alla partecipazione’ chiedono direttamente alla base di formarne la classe dirigente? Novembre 2004 Di Maria Beatriz Rodrigues e Mauro Denevi
0 0 23/11/2004
11:38:45
 
VARIE
Messaggi già letti società ed economia
3 5 02/12/2004
23:21:45
da: angrema
 
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