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30 novembre 2002:“DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE”
Relatori: PROF. FRANCO SCOTTO

PAOLO BERTOLOTTI

L’incontro, tenutosi alla presenza di una sessantina di convenuti, ha avuto lo scopo di chiarire il rapporto sussistente tra la partecipazione attiva dei cittadini e la democrazia (in quanto ordinamento politico-istituzionale).
Per noi partecipazionisti questo rapporto è strettissimo. Se è vero che senza democrazia è impossibile la partecipazione, è anche vero che senza la partecipazione non ci può essere autentica democrazia.
Il prof. Scotto nel suo intervento ha fatto il punto sull’evoluzione storica della democrazia segnalando alcuni momenti significativi.
In primo luogo, il contributo teorico offerto dalla riflessione roussoiana concernente l’elaborazione dei concetti di “volontà generale”, “sovranità popolare” e “bene comune”, ossia i fondamenti della cosiddetta “teoria classica” della democrazia.
Altro momento saliente posto in evidenza dal relatore è costituito dall’elaborazione della teoria della separazione e dell’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo, giurisdizionale) condotta da Montesquieu.
Entrambe queste acquisizioni teoriche hanno inferto un colpo decisivo all’ancien régime e ai presupposti da cui esso muoveva (soprattutto la separazione dei poteri, la quale, già nei regimi politici ottocenteschi, ha trovato generale applicazione).
Tuttavia la strada che deve condurre ad un’autentica democrazia compiuta non è stata percorsa completamente, mancando a tutt’oggi l’applicazione del principio della sovranità popolare, che può trovare attuazione soltanto in un’autentica, vera e assidua partecipazione dei cittadini riuniti nel “corpo sociale”.
E qui purtroppo il relatore è costretto a rendere conto delle dolenti note. Il principio della delega – elemento fondante della democrazia rappresentativa – non solo non educa i cittadini ad una maggiore partecipazione ma, al contrario, ne accentua la tendenza al distacco verso la politica.
Tuttavia il prof. Scotto non si dichiara pessimista; oggi infatti il dibattito sullo stato di salute della democrazia è aperto ed è animato da una grossa effervescenza di domande e di proposte: tra queste una delle più significative è senza dubbio rappresentata dalla democrazia partecipativa.
Della delucidazione delle caratteristiche della democrazia partecipativa si occupa il secondo relatore, Paolo Bertolotti.
Egli inizia il suo intervento chiarendo cosa significhi partecipare, ossia “prendere parte”. Prendere parte significa essere dei soggetti attivi, protagonisti dell’evento.
Essendo la politica fondamentalmente un’attività tesa alla produzione di decisioni, partecipare alla politica significa – dovrebbe significare – prendere parte al processo decisionale.
Ma questo di certo non avviene in quanto in democrazia rappresentativa, a causa del meccanismo della delega, solo un numero limitato di persone ha accesso alla “stanza dei bottoni”.
Bertolotti pone in evidenza che se è vero che i cittadini comunque dispongono, attraverso il voto, del potere di scegliere coloro che sono investiti della responsabilità di assumere decisioni, è pur vero che la possibilità accordata – costituzionalmente – agli eletti di cambiare partito, gruppo parlamentare e schieramento, può vanificare questo potere.
Nei casi più gravi addirittura ciò può condurre ad un sovvertimento dell’esito elettorale.
«Insomma» dice Bertolotti «noi possiamo andare a dormire la sera con un governo e svegliarci il mattino dopo con un altro governo».
Il vizio d’origine di tutto ciò è nella delega che i cittadini-elettori conferiscono ai rappresentanti, delega che non si limita dunque a trasferire alla classe politica l’esercizio del potere sovrano, ma trasferisce ad essa il potere sovrano.
Stando così le cose diventa anacronistico parlare di sovranità popolare, mentre sarebbe più realistico riferirci alla sovranità dei partiti (o meglio ancora alla sovranità delle élites che li dirigono).
Ma se le parole hanno un senso dobbiamo essere conseguenti: se il termine democrazia ha un significato (potere del popolo), bisognerebbe che il regime che si richiama ad essa consentisse una vera partecipazione dei cittadini.
A questo punto il relatore si domanda quale sia il tasso di partecipazione popolare (e quindi di democraticità) accordato dalle forze politiche. Le risposte sono disarmanti.
Il banco di prova è costituito dal livello di coinvolgimento degli iscritti ai partiti nella determinazione delle liste elettorali.
A destra come a sinistra i nominativi sono decisi dai “soliti noti”, personaggi “onnipotenti” e “illuminati” i quali, nel buio delle loro stanze, decidono in perfetta autonomia e solitudine.
Ancora una volta la conferma della “legge ferrea delle oligarchie”.
I partiti dunque, nati per essere strumento di partecipazione, sono diventati straordinari strumenti di potere nelle mani di un limitatissimo numero di persone. I partiti politici sono dei “riduttori di suffragio” nel momento in cui estorcono ai cittadini la sovranità.
Il relatore pone in evidenza come sia curioso considerare democratico un ordinamento politico quando i suoi strumenti (i partiti) non lo sono.
La democratizzazione interna nei partiti politici è il primo, necessario passo verso la democratizzazione del sistema politico.
Bertolotti suggerisce la soluzione già proposta a suo tempo dal prof. Zampetti – e confluita nel programma del Movimento – del “partito aperto di iscritti ed elettori”.
Essa consiste nel coinvolgere i cittadini (iscritti e non iscritti) nella determinazione delle liste elettorali e della classe dirigente del partito. Per la costituzione delle liste elettorali si deve passare ad un sistema di primarie, in cui siano gli iscritti al partito a decidere i nominativi.
I candidati, in sede di consultazione elettorale, sono selezionati dagli elettori (iscritti e non iscritti). Coloro i quali sono eletti nelle istituzioni dispongono così di una doppia legittimazione (fornita sia dagli iscritti al partito sia dagli elettori non iscritti).
Questa doppia scelta fornisce loro legittimazione per fare di essi i dirigenti del partito. Gruppo parlamentare e direzione nazionale del partito coinciderebbero.
Questo sistema garantirebbe la partecipazione dei cittadini non iscritti ai partiti (circa il 98% della popolazione), principio ineccepibile, considerando che le decisioni politiche ricadono su tutti.
Tale riforma dovrebbe essere estesa ad ogni livello istituzionale (comunale, provinciale, regionale).
Inoltre, per impedire l’inamovibilità della classe dirigente e l’occupazione di partiti ed istituzioni da parte dello stesso personale politico per un periodo troppo lungo per essere compatibile con i tempi della democrazia, questa riforma andrebbe completata dal divieto di occupare cariche elettive oltre i due mandati consecutivi.
In questo modo sarebbe garantito un adeguato ricambio della classe dirigente (altro elemento molto auspicabile).
Concludendo: se è vero che i partiti sono strumento fondamentale in democrazia, è pur vero che anch’essi devono possedere ordinamenti interni democratici.
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