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Attivo Politico 8 Novembre 2003 Relazione

La democrazia partecipativa, come ogni altro progetto politico, non è il frutto di una qualche forma di autopoiesi; non è il prodotto di estemporanee illuminazioni e non è neanche il risultato –comunque non solo- di profonde riflessioni.

Una teoria politica si costituisce come prodotto necessario di determinate condizioni storiche le quali pongono delle problematiche a cui occorre dare adeguate risposte. La politica deve trovare queste risposte. Tuttavia essa non deve limitarsi a reagire, adattandosi, alle condizioni che trova, suo compito precipuo consiste nel progettare il futuro, migliorando le condizioni di vita degli uomini.

La politica è principalmente proattiva non adattativi ed in questo si distingue dall’amministrazione. Essa dunque per ottemperare al suo ruolo e, allo stesso tempo per essere efficiente, deve tenere nella dovuta considerazione queste due esigenze: riferirsi alle condizioni oggettive e predisporre progetti per l’avvenire partendo dal presente.

I soggetti politici che non sono conseguenti a queste due esigenze si condannano ad un inutile velleitarismo. La molto spesso evocata e paventata inadeguatezza della politica nasce proprio dalla mancata comprensione di questa necessità: dal continuo riferirsi a condizioni inattuali; si rafforza nell’ottusità di riproporre ostinatamente formule che, se non superate, paiono certamente sbiadite e per ciò stesso inadatte a fornire adeguate risposte ai problemi sollevati dalla contemporaneità

Riferirsi alla realtà politica di oggi significa ancora fare i conti con una divisione incentrata sui concetti di destra e sinistra.

Per noi questa distinzione sconta la sua eccessiva valenza semplificatrice, perdendo in gran parte il suo valore a causa delle condizioni storiche profondamente mutate rispetto all’epoca in cui esse vennero certificate. È difficile intraprendere un percorso rivolto al futuro quando le categorie mentali –e politiche- ci costringono a voltarci troppo spesso verso il passato. I partecipazionisti sono fautori di una politica nuova, di una politica diversa che non ha alcuna intenzione di disfarsi di idee ed esperienze maturate nel corso del tempo, ma che intende invece adeguarle al presente e predisporle al futuro.

Questo intento non è riconducibile a becero nuovismo fine a se stesso; suo fine consiste nel porre la politica sulle solide basi della adeguatezza. Considerare criticamente questi concetti non significa affatto “equidistantismo”, quasi fosse un salomonico al di sopra delle parti: no, noi intendiamo prendere posizione. Schierarsi però significa dividerci su contenuti, idealità e programmi reali, non su formule politiche buone per tutte le stagioni e per ciò stesso facilmente inclini all’astrattezza.

Non vogliamo dividerci sulla base di pregiudizi ideologici fondati su una sorta di appartenenza naturale –il cosiddetto DNA politico- quelle divisioni così certe della propria capacità di giudizio da presumere l’abilità di dividere perfettamente il campo dei buoni da quello dei cattivi.

Infine distinguerci sui programmi concreti non significa affatto dar vita ad una politica fatta solo di pragmatismo indifferente ai valori. Anzi è proprio questo il rischio che si vuole scongiurare: la riproposizione di formule inadeguate concorre, perdendo esse contatto con la realtà, a spingere la politica sulla strada del pragmatismo cinico.

Da questo punto di vista noi crediamo che il tema della democrazia partecipativa reintroduca nel dibattiti politico un forte contenuto ideale, basato su altrettanto forti valori ed essendo, allo stesso tempo, idoneo ad affrontare le questioni della nostra epoca. Cosa significa oggi essere di destra o di sinistra? Cosa ci distingue? Le diverse politiche economiche? Ossia chi auspica un sistema economico basato essenzialmente sul ruolo regolatore del mercato e chi invece ritiene utile che lo stato mantenga un rilevante ruolo in tal senso? Concerne, per esempio, la scelta di puntare sul sistema di welfare o sul suo ridimensionamento?

Se questi sono gli elementi caratteristici di questa distinzione allora la definizione dei rispettivi campi diventa veramente difficile. Da almeno una settantina d’anni nei paesi capitalisticamente evoluti, le scelte di politica economica sono state di fatto sottratte alla politica, nel senso di reali opzioni alternative.

Dalla grande crisi degli anni ’30 scaturì la necessità di adottare politiche inflative e redistributive attraverso l’ausilio di uno Stato divenuto maggiormente interventista sul piano economico. Queste politiche, che accantonavano i dogmi del liberismo classico, furono adottate dai paesi capitalisticamente avanzati quale che fosse la colorazione politica dei loro governi.

Gli interventi di carattere sociale –il pacchetto di welfare- vennero introdotti nel secondo dopoguerra non solo e non tanto come proiezione di un intento progressista, ma in virtù di necessità redistributive aventi la finalità di rilanciare i consumi. Anche queste misure furono adottate sia da governi riformisti sia da governi moderati. Con la crisi economica degli anni ’70 il sistema redistributivo, diventato troppo gravoso, andò in crisi e si impose la necessità di attuare un altro modello : quello neoliberista. Esso basato sui capisaldi della privatizzazione, della liberalizzazione e della deflazione venne introdotto inizialmente dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti ed in seguito anche dagli altri paesi capitalisticamente avanzati.

Questo modello, tutt’ora in auge, è fatto proprio dai governi di questi paesi e tende ad essere imposto, attraverso le direttive del FMI del WTO e della BM,a tutto il mondo. Anche in questo caso le scelte perseguite paiono assolutamente indifferenti ad una pluralità di progetti politici.

Rimanendo sul terreno della politica economica molti sostengono che comunque, per quanto questa convergenza sia nei fatti ,essa non si possa realizzare sullo specifico tema della legislazione inerente al mercato del lavoro. È vero la destra liberale e liberista è più decisa nel promuovere la flessibilità del mercato del lavoro, ma è anche vero che questa via è stata percorsa già dal governo di centrosinistra con il cosiddetto “pacchetto Treu”, il quale aveva introdotto diverse forme di contratti cosiddetti atipici.

D’altra parte non più di un anno fa su questo specifico tema il governo di Blair e quello di Berlusconi sono riusciti a redigere un documento comune. Niente da eccepire m resta il fatto che i due protagonisti dell’accordo erano: l’uno il capo di uno storico partito della sinistra europea,l’altro un uomo notoriamente poco propenso a definirsi uomo di sinistra e secondo la tradizionale divisione ideologica essi, su tale argomento, non avrebbero neanche potuto parlarsi.

Lasciando le questioni di politica economica interna ed approdando alle scelte di politica internazionale le cose non cambiano un gran che.

L’atteggiamento di fronte alla guerra ,si dice, costituisce ancora una discriminante. Tuttavia nella recente guerra irachena paesi guidati da governi di sinistra non solo hanno appoggiato ma addirittura hanno partecipato direttamente alla guerra e paesi retti da governi di destra che si sono opposti a questa scelta con tutte le loro forze. Certo le decisioni sono determinate anche da altre considerazioni ad esempio quelle legate a specifici interessi economici, ma questo piuttosto rafforza la tesi della sempre minore centralità delle posizioni definite sull’asse destra\sinistra. Molto dipende inoltre dalla posizione ricoperta dai diversi partiti a seconda del fatto che siano al governo o all’opposizione.

In Italia tra chi si è opposto alla guerra in Iraq perché non avvallata dall’ONU vi è chi non si è opposto all’intervento in Kosovo pur se anche in questo caso l’ONU non aveva prodotto alcuna risoluzione che desse il via libera all’uso della forza (a meno che si voglia sostenere che in sede di diritto internazionale la Nato equivalga all’ONU). Sempre in tema di politica internazionale una distinzione tradizionalmente data per scontata consiste nella contrapposizione tra il nazionalismo della destra e l’internazionalismo della sinistra. Ebbene in termini assoluti non è più vero neanche questo se è vero che i più convinti assertori della globalizzazione, al limite della fede ideologica, sono proprio a destra, mentre è da sinistra che si ha nei confronti di questo fenomeno minore entusiasmo ed anche talvolta un forte spirito critico. Inoltre a livello europeo, nazionalismo e internazionalismo sembrano ormai stemperati e fusi in una comune e più o meno entusiastica adesione al “sovranazionalismo” dell’Unione.

Esistono forti differenze riguardo alle rispettive concezioni dell’uomo e dei suoi diritti: ma la recente posizione di Alleanza Nazionale sul voto amministrativo agli immigrati sembra aver fatto crollare anche questo diaframma. Tuttavia molti non si danno per vinti e spinti dalla voglia di trovare comunque dei motivi di forte distinzione arrivano alla più elementare delle semplificazioni:”esistono la destra e la sinistra perché esistono i ricchi e i poveri”. E così il mantenimento di una qualificazione politica ricorre ad argomenti e categorie pre-politiche. Non bastano differenze materiali per quanto oggettive a fornire un criterio distintivo di tipo politico: occorrono ideali, programmi ed una coscienza di entrambi. D’altra parte questa argomentazione è poco utile a spiegare il motivo per cui nell’elettorato di Le Pen vi sia una percentuale proveniente dal proletariato urbano francese. Si potrebbe continuare ancora ma credo che queste siano prove sufficienti non per ritenere che le distinzioni politiche tradizionali non esistano più, ma sicuramente sono sufficienti per avviare un dibattito critico sull’attualità di questa dicotomia geometrica.

A proposito di geometria: criticare l’attardarsi sulla distinzione destra/sinistra non è ovviamente il preludio ad attualizzare il centro. È proprio la concezione geometrica della politica che va rivista.

Storicamente la costituzione di un quadro politico stabilmente dicotomico si è affermato sulla base di una antecedente e fondante polarizzazione socio-economica. In questo essa è un sottoprodotto della rivoluzione industriale e del successivo sviluppo delle forze capitalistiche. Il sistema produttivo capitalistico infatti ha creato una propria struttura sociale basata su due fondamentali soggetti: la borghesia e il proletariato. Il capitalismo ha generato una struttura sociale fortemente dicotomica e al tempo stesso conflittuale. Borghesia e proletariato si fronteggiano sulla base di interessi antitetici a causa del fatto che il profitto, ossia la remunerazione del capitale, cresce in ragione inversa rispetto al salario ( la remunerazione del lavoro). Il monopolio della proprietà privata dei mezzi di produzione nelle mani della borghesia, rendendo vana ogni possibilità di elevazione sociale degli appartenenti al proletariato, fissa questa divisione.

La sovrastruttura politica è una proiezione di questa dicotomia sociale conflittuale ed è su queste basi che essa ha formulato programmi politici alternativi (destra e sinistra appunto). I due schieramenti politici non fanno altro che tutelare gli interessi dei propri referenti di classe, ed essendo questi ultimi configgenti, anche le proposte politiche dei due schieramenti non possono che essere tali, non trovando,né cercando, alcuno spazio di mediazione né, tanto meno di composizione.

La destra, referente politico della borghesia è per il mantenimento dello status quo dal quale la classe dominante trae vantaggio. Essa dunque si palesa come conservatrice. La sinistra viceversa, patrocinando gli interessi della classe sfruttata agisce per il cambiamento, per la modificazione della struttura capitalistica e dei rapporti di classe corrispondenti, al fine di progettare una società in cui si realizzi una più equa ripartizione del prodotto sociale. Essa dunque si palesa come progressista. In questi termini i due schieramenti possiedono una legittimazione che scaturisce dall’essere fondata su condizioni materiali, oggettive.

La politica mantiene la persistenza di due proposte alternative perché basate su interessi economici alternativi. Questa distinzione politica ha dunque due presupposti: 1) il rapporto conflittuale tra profitto e salario; 2) la polarizzazione, attorno a questo conflitto, della struttura sociale in due classi antagoniste. Fintanto che le cose stanno in questi termini la cristallizzazione in due schieramenti politici definiti e contrapposti ha la sua logica.

Tuttavia come si sa, se esiste una caratteristica saliente del capitalismo è proprio quella di essere un sistema economico fortemente dinamico, il quale è obbligato a svilupparsi continuamente ed anche a trasformarsi, palesandosi in forme e strutture diverse nel corso di questo sviluppo.

E nel corso degli ultimi settanta anni il capitalismo si è profondamente trasformato, tanto da indurre studiosi di scienze sociali a coniare una ulteriore definizione: capitalismo consumistico. La crisi del 1929 aveva creato una situazione di eccesso produttivo rispetto ad una domanda in forte calo; il perdurare della crisi negli anni a seguire, diminuendo ulteriormente la domanda, contraeva la produzione e gli investimenti e così via in un circolo vizioso.

La crisi, che durò per molti anni e venne definitivamente superata solo grazie all’economia di guerra, venne affrontata efficacemente soltanto attraverso le politiche keynesiane, incentrate sul ruolo fondamentale della domanda nel sollecitare la produzione.

Le politiche redistributive avevano proprio lo scopo di irrobustire la domanda e, per questa via, far ripartire gli investimenti e con essi la produzione. È sulla base di tale meccanismo che viene ad incrinarsi la prima condizione: l’antagonismo tra profitto e salario quale unico denominatore dei rapporti sociali. Mentre nel capitalismo antecedente alla crisi il profitto poteva crescere solo a detrimento del salario, nella nuova situazione esso poteva aumentare anche e soprattutto attraverso un’adeguata crescita del monte salari, poiché solo a queste condizioni le merci potevano trovare sbocco sul mercato.

Con il consumismo eretto a sistema la crescita del profitto dipende più di prima dalla crescita dei volumi produttivi, i quali sono conseguenza della crescita del potere d’acquisto delle masse, meccanismo pienamente ottemperante all’esigenza di continua espansione che è propria del capitalismo. Il profitto dunque non aumenta più soltanto in ragione inversa al salario ma anche in ragione diretta. Ciò è dovuto alla profonda trasformazione della struttura retributiva la quale non è più la retribuzione della sola forza lavoro ma è anche retribuzione del fattore consumo. La quota parte del salario che va a remunerare il consumo si trasforma in profitto sotto forma di prodotti venduti.

Conseguentemente l’aumento dei salari non va più a detrimento della crescita del profitto. Che questo fenomeno avvenga attraverso la contrattazione diretta tra le parti sociali oppure si avvalga dell’opera dello Stato che attraverso le politiche redistributive diventa “datore di consumo” non cambia la sostanza.

Questo meccanismo è operante nei paesi avanzati ed è conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, mentre nei paesi capitalisticamente arretrati è ancora pienamente funzionante il meccanismo tradizionale. Nella evoluzione delle sue forze produttive il capitalismo ha finito per contraddire anche la seconda condizione. Non solo l’asse borghesia/proletariato non ha più le caratteristiche scaturite dalla rivoluzione industriale a causa della trasformazione della retribuzione, ma la dicotomia in sé è tutta da verificare. La struttura sociale, per quanto possa apparire paradossale, è ad un tempo semplificata e differenziata rispetto a quella canonica. Da una parte il consumo eretto a fondamento della nostra funzione sociale ha creato le condizioni per la costituzione di una massa anomica ed anonima spesso incapace di spirito critico, di giudizio se non di libero arbitrio; una grande massa di occupati-consumatori nella quale le differenze di ruolo e di classe vanno stemperandosi e perdendo ogni giorno di più il dato coscienziologico. Dall’altra, l’evoluzione della società in direzione di una sempre più complessa differenziazione strutturale e funzionale ha creato una miriade di soggetti sociali nuovi ed atipici rispetto alla dicotomia tradizionale, tendenza destinata a proseguire sia a causa della proliferazione di tipologie nuove di contratti di lavoro, sia a causa dell’impatto della rivoluzione del capitale umano che dà vita a figure ibride contenenti in sé tanto la funzione di possessore del capitale quanto quella del possessore della forza lavoro.

La struttura della società di oggi è dunque molto cambiata e per quanto persista la dialettica borghesia/proletariato essa non ne caratterizza più, da sola, la dinamica. Tuttavia a fronte di queste profonde trasformazioni il sistema politico ricalca ancora la dicotomia della rivoluzione industriale.

Mentre la società è profondamente cambiata la politica pare ossificata in forme tradizionali e routinarie. Il materialismo storico ha analizzato il rapporto sussistente tra la struttura economico-sociale e il sistema politico, fornendoci un valido strumento di indagine. Com’è risaputo per esso il rapporto tra il sistema produttivo e la produzione culturale, giuridica e politica è un rapporto molto stretto, nrl senso che le forme del produrre- in quanto struttura materiale- creano le forme culturali, giuridiche e politiche corrispondenti –in quanto sovrastrutture-. Lo sviluppo e la trasformazione delle forze produttive debbono dunque trovare conferma in una adeguata trasformazione della sovrastruttura politica. Ma se è vero che quest’ultima è prodotto della prima è anche vero che questo adeguamento non è ne automatico né immediato e forme politiche,giuridiche e culturali originate da un sistema produttivo e da una struttura sociale già superate, possono persistere anche per molto tempo. Insomma i cambiamenti sovrastrutturali sopraggiungono dopo, creando uno squilibrio tra l’ordinamento politico e la propria base materiale, squilibrio tanto più grave quanto più esso dura nel tempo.

Quando ciò si verifica il sistema politico , la sua logica e la sua prassi, si distaccano dalle proprie condizioni oggettive, autonomizzandosi e procedendo per proprio conto. Se questo fenomeno perdura nel tempo ciò che di più ovvio può accadere è lo spettacolo di una politica ripiegata su se stessa, incapace di confrontarsi con le questioni reali; ed allora essa finisce per reiterare ed autolegittimare una distinzione aprioristica che è tanto meno utile quanto più essa si dimostra refrattaria ad aprirsi alle nuove condizioni storiche.

In queste condizioni il supporto più deciso al mantenimento di queste formule politiche è dato dall’ideologia : tanto più la politica si distacca dalle proprie basi oggettive tanto più si ideologizza. Che l’ideologia dia certezze è un dato, che esse finiscano per trasformarsi in dogmi,in intolleranza e in immobilismo è altrettanto certo. Ebbene l’immobilismo è proprio ciò di cui la politica non ha bisogno.

L’ideologia come pregiudizio, come distinzione a priori, come trasposizione laica del fideismo codino. Arriviamo al punto che l’appartenenza politica molto spesso è il frutto di adesione emotiva, affettiva o addirittura di tradizione familiare, non già il risultato di una analisi , di una comparazione e di una scelta razionale. Dal secondo dopoguerra,si dice spesso, non si sono fronteggiati soltanto due partiti, ma soprattutto due chiese, il che dice tutto. Ed oggi le cose non sono granchè cambiate. Il problema non consiste nella riproposizione di un quadro politico dicotomico, il problema consiste nell’inattualità di questo specifico quadro politico dicotomico. La distribuzione del prodotto sociale tra due classi antagoniste non è più l’unico elemento costitutivo della dialettica politica ed esso è affiancato da altre questioni ( la mondializzazione dell’economia e della politica, la crisi della democrazia rappresentativa, la concentrazione del potere politico ecc.) che esigono risposte adeguate, immediate e soprattutto alternative rispetto all’immobilismo di cui siamo spettatori. La mancata corrispondenza tra la politica e le sue condizioni oggettive condanna la politica all’inadeguatezza,ed è questo il motivo per cui essa si dimostra incapace di esprimere nuovi progetti seguendo invece supinamente le direttive dell’economia e dei suoi macro interessi.

La prova più evidente è fornita dall’incapacità sinora dimostrata di governare la globalizzazione. La politica comunque deve affrontare le sfide che l’attualità gli pone; ma in assenza di un’adeguata analisi socio-economica dell’oggi diventa difficile progettare per il domani ,e guidare la società verso il futuro è il suo compito istituzionale. Bisogna essere in grado di dar vita ad una politica che abbia i propri contenuti e le proprie ragioni nelle condizioni storiche odierne e su di esse fondare nuovi schieramenti.

Dopodiché ci saranno ancora –come sempre- i conservatori e i progressisti. Oggi le posizioni più evolute e coscienti dei problemi attuali sono espresse dai soggetti sociali, dalle associazioni, dai movimenti ma anche da cittadini non organizzati. Inevitabilmente essi svolgono un ruolo di supplenza e riempiono il vuoto causato dall’immobilismo della politica. Ciò che è significativo in tutto questo non è il fatto che questi soggetti chiedano, sulla base di nuove sensibilità acquisite, dei cambiamenti, ma piuttosto il fatto che essi chiedano di poter partecipare a questi cambiamenti. È la partecipazione il valore fondante del progressismo del xxi secolo.

La politica del futuro sarà dunque sempre più caratterizzata da una nuova dicotomia: chi è per la partecipazione e chi è contro la partecipazione; chi intende fare evolvere la democrazia verso forme di maggiore coinvolgimento dei cittadini e chi vuole perpetuare la staticità dei rapporti politici incardinati al principio della delega; chi vuole coinvolgere i lavoratori nel processo decisionale all’interno delle aziende e chi invece vuole mantenerli soggetti passivi. Noi crediamo che questa bipartizione non sia necessariamente sovrapponibile a quella tradizionale; fautori della partecipazione, sebbene più facilmente individuabili tra gli attuali aderenti e simpatizzanti della sinistra, possono trovarsi anche dall’altra parte, così come, per converso, conservatori sono anche a sinistra (e questa distinzione non risparmia neanche i singoli partiti al loro interno).

Pensiamo per esempio a larghi settori dello schieramento di centro sinistra refrattari ai cambiamenti, ai progetti innovativi o, più semplicemente alla progettazione. E questo è il presupposto della sconfitta. Senza progetto alternativo non si va da nessuna parte. Ci si arrovella sulle modalità attraverso cui migliorare la comunicazione, come se fosse veramente questo il problema; oppure si pone la questione della lista unica come possibile panacea elettorale o ancora, si disquisisce sul problema di trovare un’autorevole leadership , percorrendo la strada opposta rispetto a quella partecipativa, quando invece l’unica strada percorribile è quella naturale in politica: elaborare un progetto alternativo.

Di per sé il fronte conservatore ha il grande vantaggio di giovarsi dello spirito conservatore delle masse; esso non ha bisogno di progettare nulla per vincere. I progressisti invece devono farlo e dare ragioni ai cittadini affinché essi siano spinti a preferirli. Ed il progetto alternativo c’è ed è quello partecipativo. Esso è forte di una teorizzazione scientifica elaborata tra gli altri dal Professor Pierluigi Zampetti nel corso di oltre un trentennio di attività accademica, ed è fortenin virtù di applicazioni concrete la cui espressione più importante è stata prodotta a partire dal comune di Porto Alegre in Brasile , grazie al progetto politico del PT.

Al di là delle diverse sensibilità i partecipazionisti debbono unirsi, rivolgendosi a tutti gli spiriti autenticamente democratici ovunque si trovino, senza discriminazioni ideologiche, senza attribuire patenti aprioristiche di legittimità.

Superare la contrapposizione geometrica è necessario anche da un punto di vista strategico. Perdurando in larghi strati dell’opinione pubblica la mentalità ideologica sarebbe sufficiente presentare il partecipazionismo come un’idea di sinistra per renderlo indigesto ai dogmatici di destra e viceversa. Se vogliamo affermare la democrazia partecipativa su larga scala ,e non soltanto utilizzarla allo scopo di ottenere qualche piccola percentuale di consenso in più, dobbiamo convincere sulla base dei suoi contenuti, delle sue ragioni che, peraltro, sono vincenti perché sono ragioni storiche.il Movimento di Partecipazione, nel suo piccolo, cerca di dare il proprio contributo. Al suo interno coesistono persone che provengono dalle più disparate esperienze politiche le quali, senza necessariamente rinunciare alle loro radici, si riconoscono nel progetto partecipativo, condividendone ideali e finalità. Siamo uniti su un contenuto non su formule astratte, non su icone. C’è chi, ispirandosi alle tesi di Zampetti, ritiene che il partecipazionismo debba superare l’asse destra/sinistra promovendo una dialettica politica più moderna e chi invece, legati all’esperienza di Porto Alegre, considera la democrazia partecipativa il fondamento di una nuova sinistra proiettata verso il futuro.

Ma ciò che è importante è che queste sensibilità trovano nella nostra associazione un punto di sintesi e di comunanza di intenti. Qualche tempo fa un nostro aderente votante per il centro- destra mi disse: “io sono convinto che la partecipazione vada al di là della destra e della sinistra, ma se dovessi capire che essa è un idea di sinistra allora anche io sarei, da quel momento, di sinistra”. In questo caso la forza dei contenuti e l’assenza di pregiudizio ideologico hanno fatto il miracolo. La democrazia partecipativa si affermerà con la forza delle sue ragioni e scopriremo che i partecipazionisti sono molto più numerosi di quanto si creda.

Paolo Bertolotti

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