Manifesto della Partecipazione

Lo spazio istituzionale della partecipazione

La partecipazione democratica è più facilmente attuabile entro lo spazio politico che sia il più vicino possibile ai cittadini. Lo spazio istituzionale entro il quale realizzare questi rapporti è quello proprio degli Enti locali, soprattutto nella dimensione municipale. La municipalità è il terreno più idoneo sul quale impiantare il “seme” della partecipazione. Oltre questa dimensione la partecipazione è comunque possibile (come abbiamo visto), ma in questi casi essa può essere attuata inserendola entro le strutture rappresentative esistenti. In un contesto dimensionale relativamente piccolo è possibile realizzare un rapporto dialettico, continuativo, bilaterale tra i cittadini e le Istituzioni rappresentative, che costituisce il presupposto essenziale della Democrazia Partecipativa. Da un rapporto unilaterale, costituito da un flusso normativo che impone comportamenti obbligatori ai cittadini, a rapporto aperto, collaborativo, tra questi e le Istituzioni che, pur rimanendo titolari dell’esercizio del potere politico, diverrebbero aperte alla collaborazione con i cittadini, i quali non verrebbero più considerati solo come elettori e contribuenti, destinatari di ordini e disposizioni, ma cittadini quali soggetti politicamente attivi.

La sovranità, che appartiene al popolo, (ART. 1 Cost.) non rimarrebbe requisito formale, ma si esplicherebbe compiutamente nel suo pieno esercizio da parte dei cittadini.

Non dimentichiamoci inoltre, che storicamente una delle più importanti pagine di autentica libertà politica nel nostro Paese, sono state scritte proprio nella breve, ma intensa esperienza dei liberi comuni medievali.

Che la dimensione municipale costituisca il terreno idoneo per realizzare forme di Democrazia Partecipativa, non è sfuggito neanche al nostro Legislatore. La legge 8 giugno 1990 n°142 –e successive riforme- ha introdotto tutta una serie di istituti di democrazia Partecipativa ( diritto di petizione, consultazione referendaria, consulte e comitati, l’azione popolare ecc.) tendenti a favorire un recepimento delle istanze della collettività da parte dei pubblici poteri.

Tuttavia, se da un punto di vista formale, la legge sancisce puntualmente il diritto dei cittadini alla fruizione degli istituti della democrazia Partecipativa, da un punto di vista sostanziale le cose vanno in maniera ben diversa. Molto spesso queste disposizioni restano lettera morta e le Istituzioni previste, languono miseramente d’inattività.

Vuoi perché il personale politico che gestisce l’Ente, molto spesso non tollera intromissioni nell’esercizio delle sue prerogative, e comunque poco si fida del concorso popolare; vuoi perché –e ciò spiace ma risponde a verità- l’apatia dei cittadini verso la vita pubblica, frutto di decenni di sudditanza verso il potere costituito e di cattiva educazione all’esercizio dei propri diritti, in molti casi ha raggiunto livelli tali da pregiudicare, non solo qualsiasi forma di partecipazione democratica all’esercizio del potere, ma anche la possibilità di controllo sull’operato delle élite politiche ed amministrative (con i risultati che ben conosciamo).

Tutto questo dimostra l’insufficienza delle decretazioni formali, quando non siano accompagnate dalla volontà politica di attuarle nel concreto (alcuni articoli costituzionali inattuati ne sono testimonianza eloquente). Tutto questo dimostra altresì, l’importanza dell’associazionismo –vero, grande strumento di partecipazione secondo Tocqueville- e spiega la necessità della presenza di associazioni come la nostra, le cui funzioni consistono:

A)Nell’alimentare e diffondere la coscienza Partecipativa, quale presupposto della democrazia.

B)Nel diventare uno strumento di pressione nei riguardi di tutti i soggetti politici, ed istituzionali, affinché il tema della partecipazione possa essere affrontato e possa costituire premessa per realizzare concretamente riforme in senso partecipativo.

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