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20 febbraio 2005 - “Delega o partecipazione” La democrazia partecipativa e diretta nella società contemporanea

Intervento di Beatriz Rodrigues

Il Bilancio Partecipativo di Porto Alegre: tra il potere dei cittadini e il rischio di banalizzazione

Immaginate un mondo dove il vostro contributo allo stato/città non sia solo quello di pagare le tasse. Tasse che si pagano giustamente per sanità, trasporti, scuole, asili nido (che tanto ci vorrebbero), ecc. Immagina che ti venga domandato di decidere, insieme con gli altri, quali sono le opere che devono essere fatte con i soldi in cassa. Immagina che non siano più i detentori di dogmi religiosi o politici a decidere per te ciò che è giusto o sbagliato. Immagina che i leaders da eleggere non vengano più decisi in fumose riunioni di partito, ma che siamo noi, con il nostro voto, a decidere le candidature in comuni, regioni, stati e perché no anche in azienda. Come ben ha detto José Saramago nell’ultimo Social Forum, questo può essere il domani e non un’utopia.

I colleghi partecipazionisti e direttisti che seguono, chiariranno il tema dal punto di vista politico. Io per conto mio mi concentrerò su un esempio noto e riuscito d’applicazione della partecipazione nella vita pubblica, quello della mia città Porto Alegre, soffermandomi sull’empowerment dato dalla partecipazione al soggetto, cioè a noi. Parlerò anche di un suo gran nemico, la banalizzazione delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti.

Perciò, vorrei concentrare l’intervento d’oggi non solo sulla partecipazione, come anche sulla non-partecipazione. Certamente questo è il tema che ci unisce oggi, che ci porta a sentire le proposte dei gruppi che intervengono a quest’incontro. Il mio intervento non è politico, nel senso che non è una proposta diretta d’azione, questo lo lascio ai miei interlocutori. Mi sento però di portare alcune questioni filosofiche e di riflessione sull’argomento.

La fine del comunismo ha accelerato a livello mondiale il dominio dell’economia sulla politica, quella che poteva essere un’occasione di aumentare la libertà e la partecipazione del soggetto è stata tradita. Oggi siamo sempre di più consumatori di un gigantesco supermarket globale, con un sottofondo di democrazia, o meglio di democrazia rappresentativa, magari da esportare a suon di cannonate.

Gli economisti hanno dalla loro parte i numeri e persino i disastri delle loro politiche, che vengono minimizzati come incidenti di percorso. Si pensi all’Argentina (che in questo campo veniva presa ad esempio virtuoso) o semplicemente ai nostri esuberi (mentre i lavoratori restano a casa le azioni in borsa volano).

La richiesta di un diritto del soggetto, inteso come individuo, cittadino, sfera esistenziale, cioè il diritto alla partecipazione non viene neppure negato, ma abilmente banalizzato. Ed è qui che si associano tutti, gli economisti, i politici e chiunque altro detenga un seppur limitato potere. Una richiesta come quella di trasformare la democrazia non viene da loro negata, viene circoscritta, al massimo si acconsente qualche illuminata concessione alle istanze di maggiore partecipazione. Organi consultivi locali mai ascoltati, bilanci partecipativi che discutono percentuali minime del budget, primarie per autorizzare leaders già scelti (meglio se non hanno candidato concorrenti), ecc. Cosa manca per partecipare in senso lato ai meccanismi politici? Certo il pragmatico discorso neoliberale che l’economia comanda i meccanismi politici e sociali, cioè che le iniziative degli individui e gruppi siano inutili, propizia la non partecipazione, creando un circolo vizioso. Ciò che Christophe Dejours , psicanalista francese, chiama banalizzazione dell’ingiustizia sociale, è che le persone si accomodano nella routine politico-economica imposta dalla consuetudine di chi sta al potere. Si finisce con il lasciare le cose come sono, anche quando esse in fondo ci ripugnano, mi riferisco al tacito consenso che si da ad alcuni dei nostri governanti e ai loro metodi. Seguendo il ragionamento di Dejours la non-partecipazione non è vista come un’ingiustizia, una frazione tra chi governa e il governato, ciò che è giusto (o meglio ciò che dovrebbe essere dovuto) viene invece inteso come un sistema dove tutto deve continuare con gli strumenti già lubrificati sia in economia, sia in politica rappresentativa (anche quando questi significano ancora altri dolorosi esuberi). Questo discorso conservatore, essendo basato su una razionalità economica, si rivela sempre più difficile da smontare; mentre l’atteggiamento progressista (innovatore, umanista) essendo basato sull’importanza dell’individuo non ha aridi dati da offrire ma promesse di crescita sociale ed individuale, cioè cose non misurabili o quantificabili. Non solo il soggetto demotivato, le cui istanze vengono banalizzate, magari anche un pò convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, si accomoda. Egli va oltre, si rifiuta di fare qualcosa per infrangere tutto ciò. Il messaggio che ci viene inviato è un po’ questo: perché lamentarsi quando già viviamo in stati democratici dove le opinioni sono libere e che hanno già sconfitto tutti i mostri, da Hitler al comunismo, fino a Saddam? Ogni critica a questo tipo di assunto è destinata alla sconfitta, si diventa gli antidemocratici, ecc… mi ricordo di Tariq Aziz a Poa, nel Social Forum del 2001, che parlava appunto di questa tattica di demonizzare il nemico di turno, indicandolo invariabilmente come il nuovo Hitler, perché questo giustifica l’intervento contro il male per eccellenza. C’è voluto l’esempio di Porto Alegre che si è volto contro i taboo consolidati per uscire fuori dall’impasse, esso ha i numeri, è un esempio di buona amministrazione, ha dato il potere (quello vero e non delegato) ai cittadini. Per parlare di Porto Alegre, occorre iniziare parlando della dittatura che dal 1964 al 1984 ha governato il Brasile. Si trattava di una dittatura militare di destra, repressiva, molto paternalistica e di garanzia per l’élite. Fu conclusa gradualmente e senza conflitto in seguito al sorgere di movimenti popolari. Ad esempio, per un periodo transitorio di quattro anni si votava per il sindaco ma non per il presidente della Repubblica. Nel quadro politico che è stato generato da questi eventi anche i partiti più conservatori non si dicono apertamente di destra, per fare un paragone con l’Italia, é esattamente come se la destra non si fosse ancora sdoganata. L’élite brasiliana che ha continuato a governare il paese fino al 2002 è quindi rappresentata soprattutto da gruppi che si dicono di centro o sinistra, ma sono sostanzialmente per il mantenimento dello status quo. L’elemento nuovo della politica brasiliana è il Partito dei Lavoratori (PT), fondato da Lula, presidente attuale del Brasile. Il Pt fu fondato alla fine degli anni 70, e per vari anni, fino alla fine della dittatura, rimase in clandestinità. Egli era figlio del movimento sindacale ma presto riuscì ad attrarre l’attenzione di molti intellettuali. Inizialmente era un partito piccolo ma con una forte militanza. Già nell’elezione del 1988 la città di Porto Alegre è conquistata dal Pt, nella sua piattaforma elettorale vi erano l’Amministrazione popolare e il Bilancio Partecipativo (BP). Ben presto si vide che queste non erano solo interessanti innovazioni lessicali ma vere politiche che furono attuate. Il Pt e la città di Porto Alegre divennero il sinonimo di partecipazione unita a buon governo. Questa esperienza finì con l’attrarre l’attenzione di molti organismi internazionali: dalla Banca Mondiale che ne fece sede del forum mondiale della partecipazione; all’Onu che la consacrò mondialmente già nel 1996 a Habitat Istanbul, l’assemblea sul governo delle città; infine, dai movimenti altermondialisti che la elessero loro capitale organizzandovi ben quattro World Social Forums. Fin dall’inizio vi fu l’ostilità delle élites ai governi del Pt: si noti che i suoi nemici maggiori erano proprio gli speculatori edilizi legati alla proprietà dei media, che per anni hanno mantenuto da una parte il silenzio sulle attività del BP e dall’altra si sono esercitati nella denigrazione dei dirigenti del Pt. Eventualmente il Pt ha comunque retto quattro governi consecutivi, vale a dire 16 anni al potere. La partecipazione popolare al Bilancio Partecipativo era bassa all’inizio, poco monitorata e riguardava soprattutto quelle classi povere da sempre negate ad ogni accesso decisionale. Per avere un’idea della sua crescita, con i dati a disposizione, si noti che si passa dai 16800 partecipanti nel 1999 agli oltre 50000 nel 2003, con la crescente partecipazione delle classi sociali più abbienti. Il BP iniziò amministrando il 3,2% del budget, che dopo un decennio raggiunse il 25% (praticamente il totale delle spese di capitale, una volta che il resto del budget è compromesso nelle spese correnti). Altro punto saliente: le donne partecipano in maniera pressoché uguale agli uomini alle assemblee e sono rappresentate tra i delegati e i consiglieri del BP in maniera solo leggermente inferiore, 46% contro 54%. Le condizioni di povertà e scarsa educazione di grandi fette della società, che storicamente servirono come scuse per la delega, passano ad essere accolte e potenzializzate in un processo decisionale genuino. Cos’è e come funziona sarebbe forse troppo lungo ricordarlo adesso. In maniera succinta, la città è divisa in 16 circoscrizioni (o settori) territoriali, con libera partecipazione alle assemblee di tutti i cittadini residenti in quella stessa circoscrizione. Dal 1994 sono state introdotte altre cinque circoscrizioni dette tematiche, a differenza di quelle territoriali, queste hanno un carattere trasversale e sono aperte a tutta la cittadinanza. I cinque temi sono: circolazione e trasporti; sviluppo economico e politica fiscale; organizzazione della città e sviluppo urbano; salute e assistenza sociale; educazione, cultura e tempo libero. Il calendario del Bilancio Partecipativo comincia intorno al mese di marzo con un’assemblea che discute i progressi fatti durante l’ultimo anno. In seguito si votano i consiglieri che faranno parte del Consiglio del Bilancio Partecipativo, insieme al Sindaco e agli assessori preposti (urbanistica, bilancio ecc..). Assessori e sindaco sono presenti a tutte le assemblee, siano esse territoriali o tematiche. Le discussioni settoriali e tematiche si sviluppano quindi nei quartieri e nelle assemblee mensili durante i mesi successivi. Verso la fine dell’anno le istanze votate nelle assemblee sono discusse dal Consiglio del BP, il sindaco e gli assessori, messe in ordine d’importanza secondo un criterio di punteggio molto preciso e come tutte le cose del BP discusso regolarmente. Il pacchetto di proposte è quindi sottoposto al consiglio comunale che come da prassi ormai consolidata, lo approva. Parlando del panorama attuale: la vittoria di Lula alle presidenziali del 2002 è stata seguita dai suoi compromessi con il Fondo Monetario, Stati Uniti e grandi corporazioni (specialmente per quello che riguarda gli organismi geneticamente modificati). Una crescente delusione per le politiche del governo Lula, unita ad errori locali a Porto Alegre, ha portato alla sconfitta del Pt in questa città. Gli errori locali e nazionali del Pt non bastavano, Fogaça , attuale sindaco di Porto Alegre, che si dice progressista, già oppositore della dittatura, per essere eletto ha dovuto fare appello a tutte le altre forze fuori dal Pt, quindi in grande parte quelle che rappresentano l’élite con i suoi media e i suoi speculatori. Per chiarire quali sono le forze che si contrappongono, è bene ricordare che in questi anni il BP ha portato benefici soprattutto alle parti meno abbienti ed influenti, sottraendole alla speculazione edilizia. Allo stesso tempo è bene notare che il Brasile, per sua fortuna, è un paese in crescita, che può ricordare in un certo senso il boom edilizio dell’Italia dal dopo guerra fino agli anni 70. Così si può capire l’acquolina in bocca che la fine del governo Pt fa venire agli speculatori. L’eredità lasciata a Porto Alegre dal Pt è però troppo grande, le forme di democrazia partecipativa come il BP sono ormai parte del patrimonio della città e dei suoi soggetti, toglierle sarebbe un vero suicidio politico. Se ci si abitua a qualcosa di buono è difficile fare un passo indietro… la nuova giunta che non rappresenta certo le forze che lo hanno voluto, si rende subito conto che il BP non lo può togliere, anche se dietro la sua elezione ci sono proprio quegli interessi economici che non l’avrebbero mai proposto. Esercitando la fantasia, rischiamo alcune ipotesi di scenario 1. Il BP viene banalizzato, marginalizzato ed eventualmente eliminato in quanto ormai inutile; 2. Il BP continua importante per le ragioni viste sopra e si scontra direttamente con gli interessi che sono dietro il nuovo governo; 3. Fogaça incontra problemi di gestione cercando di conciliare le due forze, BP ed élite palazzinara, s’indebolisce e se ne va a casa e il Pt ritorna; 4. Fate voi, le scommesse sono aperte Quello che è il vero messaggio è che il Bilancio Partecipativo è positivo per la città, per i soggetti. Per questo anche chi non lo ha voluto, non ha la forza per toglierlo.

Intervento di Paolo Bertolotti

Noi siamo promotori della democrazia partecipativa e diretta, ossia della partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche, non solo perché riteniamo che questo progetto contenga forti valori democratici, il che è palese, ma soprattutto perché esso è un progetto che da adeguate risposte ai problemi del nostro tempo. E non tardiamo a renderci conto del perché. Uno dei fenomeni più importanti della nostra epoca è sicuramente quello della concentrazione del potere nelle mani di un numero sempre più limitato di soggetti. Processo di accentramento e concentrazione del potere che non ha eguali nella storia; tanto per quanto riguarda l’estensione quanto per l’intensità. Ed esso concerne tanto la sfera economica, quanto quella politica e di seguito quella burocratico-amministrativa. Da un punto di vista istituzionale esso si palesa con la rottura del classico equilibrio tra i poteri. Lo vediamo nell’uso reiterato, da parte di tutti i governi, del potere di decretazione. Lo abbiamo visto nelle riforme che hanno riguardato gli enti locali e che hanno attribuito più competenze e potere alle giunte rispetto alle assemblee (riforme che hanno trovato una traduzione nel lessico politico trasformando i Presidenti di Regioni in Governatori). Ed ultima, ma non ultima, la recente riforma costituzionale (anche se sarebbe opportuno definirla diversamente) che ha significativamente trasformato il Presidente del Consiglio in Primo Ministro, attribuendo a questa carica poteri originali. Originali non nel senso che prima non esistessero; l’originalità consiste nel fatto che mai prima d’ora erano stati attribuiti al Capo dell’Esecutivo (tra i quali quello sostanziale di sciogliere le Camere). Ma il fenomeno di cui stiamo parlando incide ben più in profondità rispetto ad un normale riassetto istituzionale (per quanto importante). La sua eccezionalità storica consiste nel fatto che ai Parlamenti, alle Assemblee, al territorio e ai cittadini, vengono sottratti poteri e attribuiti ad organismi internazionali, in qualche caso globali. Ora questo fatto di per sé non necessariamente pregiudica la democrazia a patto però che i cittadini legittimino democraticamente questo trasferimento di poteri. Ma diventa gravissimo per la tenuta della democrazia (anche di quella rappresentativa che noi sottoponiamo a forti critiche) se i cittadini continuino a votare per Parlamenti ed Assemblee che contino sempre meno mentre il processo decisionale è condotto in luoghi sempre più lontani e sempre più inaccessibili, dove per i cittadini è sempre più difficile partecipare e quindi controllare. Prendiamo come caso paradigmatico – tra i tanti possibili – quello del Fondo Monetario Internazionale. Esso non è un’istituzione politica, e meno che mai democratica. Tuttavia dell’istituzione politica ha la caratteristica fondamentale: quella di prendere decisioni che di fatto sono autoritative. Infatti il FMI può erogare prestiti agli Stati, ma i Governi, per ottenere lo stesso, debbono ottemperare ai suggerimenti dell’Istituzione monetaria in termini di politiche economiche, fiscali, ecc. Allora è chiaro: un’istituzione non politica e soprattutto non democratica, condiziona le decisioni di Governi eletti democraticamente. A ben guardare tutto ciò non può non gravare sulla tenuta della democrazia; e non è meno grave per il fatto che tutto ciò avvenga senza un’apparente coercizione, o per l’assenza di un qualche folle che urla indemoniato da un palco di fronte ad una folla eccitata. Anzi, forse per certi aspetti è anche peggio: perché in una situazione del genere diventa difficile capire chi sia veramente a prendere le decisioni e, di conseguenza, diventa difficile capire da chi andare a protestare. Insomma, questo meccanismo, più che farti paura ti lascia nel buio, perché non vedi le facce! Le decisioni passano talmente al di sopra di noi da farci sentire legittimamente esclusi. Ma ci deve essere qualcosa di distorto, di contorto, di patologico nel fatto che all’estensione globale dei poteri, all’estensione globale dei problemi, corrisponda una riduzione del numero delle persone chiamate a decidere su quei problemi. Non c’è niente da fare, da qualunque parte si osservi il fenomeno non si può che giungere ad una conclusione: la democrazia è incompatibile con il fatto che pochi decidano per tutti! Il problema della democrazia è uno e uno soltanto: chi decide? È il processo decisionale il momento saliente, il fulcro della democrazia. Mi rendo conto che parlare di processo decisionale si rischi di cadere nell’astrattezza e allora cercherò di tradurre questo concetto in una decisione concreta. L’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti può essere affrontato attraverso due politiche alternative: quella dell’incenerimento e quella basata sulla raccolta differenziata e sulle politiche tese a ridurre la quantità di spazzatura prodotta (come in molte città del mondo, tra le quali Camberra e San Francisco, hanno dimostrato essere politiche possibili). Peraltro, sia detto incidentalmente, recentemente a Genova ho assistito ad un’interessante conferenza di uno scienziato americano, relativa proprio a questo tema. Ma la cosa più interessante – negativamente si intende - è stata la colpevole assenza degli assessori all’ambiente di tutti e tre gli enti locali. Ebbene che si scelga una politica o l’altra la vita dei cittadini sarà comunque condizionata: positivamente se si percorrerà la strada della raccolta differenziata, negativamente (come si è già fatto in Provincia di Genova) nel caso la scelta sia quella folle dell’incenerimento. Di fronte ad una decisione così importante, perché può condizionare il mio futuro, io come cittadino non posso accontentarmi di disporre soltanto del diritto di protestare, ma esigo di poter dire la mia perché è la mia vita che da essa verrà condizionata! L’accentramento del potere è un fenomeno storico che deve essere bilanciato dal fenomeno opposto: la diffusione del potere ai cittadini, al territorio attraverso gli strumenti della democrazia partecipativa e diretta, attraverso cui essi possano riappropriarsi, o meglio appropriarsi, di quel potere che tutte le Costituzioni gli attribuiscono: “la sovranità appartiene al popolo”. Questo è il nuovo equilibrio tra i poteri del XXI secolo; è questa la necessità storica della partecipazione! Tuttavia il fatto che un progetto sia storicamente necessario non significa che possa trovare automatica attuazione. È necessario che vi siano soggetti che lo promuovano, lo supportino. Siccome stiamo parlando di un progetto politico – istituzionale niente di più ovvio che sia la politica, la classe politica ad occuparsene. D’altra parte compito della politica è si quello di amministrare il presente, di progettare il futuro, ma soprattutto è quello di rispondere adeguatamente alle sfide che la storia di volta in volta pone. Ebbene su questo specifico tema dalla classe politica abbiamo sentito molte parole ma ahi noi pochi fatti! Vorremmo essere smentiti a partire da domani mattina, ma a tutt’oggi non si può dire diversamente. Il caso del bilancio partecipativo è eloquente. Questa Istituzione introdotta dal PT a Porto Alegre è tagliata su misura per lo spazio istituzionale comunale (laddove è più facile per il cittadino partecipare). Nonostante il fatto che questa esperienza sia conosciuta da 16 anni, nonostante in Italia vi siano più di 8.000 comuni, e nonostante molti esponenti politici si lancino in lodi sperticate per la partecipazione, attuazioni di bilancio partecipativo in Italia – magari in forma sperimentale – si contano sulle dita di due mani o poco più. Questo credo la dica lunga sulla reale volontà di passare dalle parole ai fatti! Naturalmente vi sono degli amministratori che credono nella partecipazione e fanno di tutto per attuarla (non saremo certamente noi a negarlo). A costoro va il nostro plauso e il nostro aiuto – se lo vorranno -. Ma resta il fatto che a livello nazionale non vi è un solo partito politico che abbia inserito nel suo programma il superamento della democrazia rappresentativa con quella partecipativa! Tutti sono pienamente inseriti nel sistema rappresentativo! E tutti si giovano della delega che ne è l’architrave! Vi sono delle resistenze come mai? In un regime di democrazia rappresentativa i cittadini non partecipano alle decisioni politiche, ma delegano altri (la classe politica) a prendere le decisioni che riguardano tutti. Grazie al meccanismo della delega la classe politica ha il monopolio del potere politico. Aprire il processo decisionale ai cittadini significherebbe perdere questa posizione di monopolio. Questa è una ragione sufficiente per capire che quella volontà politica la nostra classe dirigente non l’avrà mai. Ma se le cose stanno in questi termini, cosa possiamo fare per indurre la classe politica a farsi promotrice di questa proposta? Oppure, il che è lo stesso, chi sono i soggetti più idonei a promuovere la partecipazione? Per noi la risposta è ovvia: i cittadini, i cittadini e chi altri? Perché sono loro i naturali destinatari di questa riforma, perché sono loro i naturali fruitori di questi diritti. I cittadini che non devono chiedere, pietire con il cappello in mano, la partecipazione come “gentile concessione” e per ciò stesso ottenibile in forma precaria; i cittadini che devono esigere la partecipazione in quanto diritto sancito dalla Costituzione! I cittadini che sviluppano la coscienza partecipativa; i cittadini che si riconoscono in un progetto partecipativo; i cittadini che creano soggetti politici partecipativi, certo che sì! D’altra parte siamo in una democrazia e come recita l’art. 49 della Costituzione chiunque ha il diritto di associarsi con altri, costituendo partiti politici, senza che questa operazione debba essere considerata da qualcuno una sorta di delitto di lesa maestà. Inoltre, come abbiamo visto, nessun partito ha inserito nel suo programma il passaggio da una democrazia rappresentativa ad una partecipativa e dunque la costituzione di un partito partecipazionista andrebbe a colmare un significativo vuoto. L’esistenza di un soggetto politico portatore di queste istanze potrebbe, ponendosi sul terreno della concorrenza, indurre anche altri partiti a fare propria la proposta. Del resto la storia ci insegna. Da sempre chi ha cercato di ottenere diritti, ha raggiunto il suo obiettivo non grazie alla benevolenza di chi questi diritti poteva concedere o rifiutare, ma soltanto quando è stato in grado di costituire un potere contrattuale, una forza attraverso cui far sentire la propria voce e dare peso alle proprie rivendicazioni. Ma la classe operai come è riuscita a migliorare le proprie, disumane condizioni di lavoro e di vita e come è riuscita ad ottenere il suffragio universale? Non certo intenerendo il cuore della controparte! Ma attraverso la forza del numero, dell’organizzazione, costituendo sindacati e partiti è riuscita a premere sul potere costituito, costringendolo a cedere rispetto a molte rivendicazioni. E l’ambientalismo? Finché esso rimaneva confinato in un dibattito culturale, magari alto, esso non riusciva a penetrare nel dibattito politico, meno che mai nei programmi dei partiti e meno che mai nelle attuazioni dei governi. Ma quando sono sorti partiti ambientalisti i quali hanno cominciato a fare ciò che è nel pieno diritto di ogni partito che operi in un sistema democratico – raccattare voti – allora anche gli altri partiti, volenti o nolenti, hanno dovuto affrontare queste tematiche, non fosse altro per inseguire un elettorato che se ne stava andando. Perché l’unica cosa che capisce una classe politica che opera in un sistema democratico è l’erosione del consenso! E il bilancio partecipativo a Porto Alegre non si è realizzato grazie all’intervento della divina provvidenza! Ma perché vi è stato un partito – il PT - che lo ha inserito nel suo programma! E soprattutto, perché quando quel partito ha conquistato il governo della città ha fatto seguire i fatti alle parole, creando un’Istituzione che non esisteva, dimostrando di avere la volontà politica di applicare la partecipazione! Per questo il PT è per noi un modello. Non perché esso si collochi da una parte o dall’altra; non perché agiti una bandiera; non perché abbia stampata sulla fronte dei suoi aderenti un’etichetta, ma perché è partecipazionista a parole e nei fatti! Ed anche noi, come Movimento di Partecipazione, abbiamo dato e continuiamo a dare il nostro contributo. Abbiamo capito, da subito, che per dare un fattivo contributo alla realizzazione di un progetto non ci si può limitare a fare dei discorsi, ma occorre anche mettersi in discussione dal punto di vista politico, dal punto di vista elettorale. E così abbiamo fatto. In un piccolo comune dell’entroterra genovese (Lumarzo, 1.500 anime) nelle amministrative del giugno del 2004, abbiamo presentato una lista per la partecipazione. La situazione era molto difficile: il sindaco uscente, forte di tre mandati, disponeva di un potere molto radicato (tutt’ora radicato anche se, a seguito del risultato elettorale, un po’ traballante); d’altra parte un’opposizione di sinistra tradizionalmente penalizzata dal “fattore K”. Essa peraltro, non sempre è riuscita a costituire una lista di opposizione (nel 1999 non vi riuscì e le due liste che si fronteggiarono erano state entrambe formate dal Sindaco, in un “interessante esperimento democratico”). Ma anche quando vi è riuscita, i suoi risultati sono sempre stati mediocri, tali da non impensierire mai l’avversario. La sedimentazione di questa situazione faceva pensare ai cittadini di Lumarzo che gli equilibri politici fossero stabili, immodificabili. Questa la situazione che ha visto il nostro esordio. All’inizio abbiamo dovuto constatare un po’ di scetticismo, rispetto alle nostre possibilità, anche da parte di chi ci guardava con simpatia; ed anche un po’ di umorismo da parte dei nostri avversari. Ebbene, abbiamo ottenuto 394 voti pari al 37,3%, eleggendo tre consiglieri e mandando un esponente in Comunità Montana. La partecipazione è entrata nelle Istituzioni e dà battaglia ad una concezione della politica e della democrazia che è agli antipodi rispetto alla nostra. Pensate che la nostra produzione cartacea (interrogazioni, mozioni, emendamenti, petizioni ecc.) non è particolarmente gradita: “ci fate perdere tempo”, e ci è stato suggerito di presentare le nostre istanze e richieste a voce! Il che dice tutto! Ebbene, oggi a Lumarzo, vi posso assicurare, nessuno ride più di noi! Ma a parte questa soddisfazione da poco, vi sono altri due motivi per cui siamo fieri del nostro operato. Primo: abbiamo dimostrato che la partecipazione funziona, smentendo l’idea, largamente diffusa, secondo la quale le organizzazioni più sono accentrate più sono efficienti. Non è vero! Se tutti coloro i quali sono stati coinvolti nel progetto (facessero o meno parte della lista) hanno dato un enorme contributo di lavoro, di idee, di impegno, ciò è stato possibile perché tutti sono stati coinvolti nelle decisioni, da quelle più importanti a quelle marginali. Grazie a questo coinvolgimento partecipato essi hanno sviluppato una forte coscienza civica, partecipativa, si sono sentiti importanti perché erano importanti! Si dice spesso che i cittadini siano sempre più distanti dalla politica; e come può essere diversamente? La politica non li considera e quando lo fa li tratta come manovalanza, come truppe cammellate, come soldatini di piombo! Come può essere diversamente se non li coinvolge, non li responsabilizza, non gli dà la possibilità di far sentire la propria voce? Come fanno i cittadini a sentirsi attratti da essa? Ma di un risultato siamo particolarmente fieri: abbiamo fornito ai cittadini di Lumarzo – finalmente – una reale alternativa! Abbiamo dato loro la possibilità di scegliere un progetto alternativo. Potremmo dire che le elezioni del giugno 2004 siano state le prime elezioni autenticamente democratiche svolte a Lumarzo da 15 anni! Ma la proposta partecipativa non è solo una proposta da scegliere tra le altre. La sua specificità consiste nel fatto che essa è soprattutto un’alternativa da praticare! Perché diversamente da qualsiasi altra, essa pone un nuovo rapporto tra cittadini ed Istituzioni, in cui i cittadini siano inseriti pienamente nel processo decisionale, ed attraverso cui essi diventino i veri soggetti della politica. A nostro avviso le condizioni che abbiamo trovato a Lumarzo sono presenti anche a livello nazionale e, di conseguenza, il “modello Lumarzo” andrebbe esportato. Anche a livello nazionale infatti gli spazi per la costituzione ed il confronto di reali alternative va riducendosi. Si assiste ad un fenomeno – più evidente negli ultimi anni - di progressiva convergenza dei programmi dei partiti e degli schieramenti. Non diciamo che i poli dicano e facciano le stesse cose e tuttavia questa tendenza è sotto gli occhi di tutti (non di coloro che si producono nel simpatico gioco delle tre scimmiette). Vi sono delle ragioni per questa tendenza all’uniformità. In primo luogo il fatto che oggi è l’economia a dettare i temi che finiscono nell’agenda politica. Quando un governo deve tener conto dei parametri economici; deve ottemperare alle indicazioni delle Istituzioni monetarie internazionali – se vuole ottenere i prestiti -; quando vuole ottenere valutazioni positive sul suo operato da parte delle agenzie di rating. Questi sono elementi che comprimono la possibilità di attuare politiche in piena autonomia. C’è poi un altro motivo: il sistema elettorale maggioritario che obbliga i partiti a rincorrere lo stesso elettorato, quello moderato, - di centro - ossia quello che fa vincere. Eppoi una spiegazione sociologica: negli ultimi decenni i partiti si sono trasformati, da partiti ideologici di massa in partiti “pigliatutto”. Le profonde modificazioni della struttura sociale nei paesi capitalisticamente avanzati hanno obbligato i partiti a non rivolgersi più a referenti sociali privilegiati, ma a tutti i soggetti sociali esistenti. La scomposizione delle classi in tanti agglomerati sociali, i cui confini sono più incerti che in passato, non consente più ai partiti di ottenere alti livelli di consenso, se non rivolgendosi a tutti i soggetti sociali presenti nella società. Ma questa scelta è compiuta da tutti gli schieramenti. Rivolgendosi agli stessi interlocutori è ovvio che finiscano per dire le stesse cose e formulare programmi sempre più simili. Non c’è bisogno che crediate a me, è sufficiente osservare i manifesti della campagna elettorale di Biasotti e Burlando: sono spaventosamente uguali! Si rivolgono veramente agli stessi soggetti: a tutti. Abbiamo lo studente, il pensionato, l’artigiano ecc. L’unica differenza – se volessimo cavillare – è che Burlando preferisce le fotografie di gruppo, ma quella è l’unica, sostanziale differenza. Ebbene nonostante questa tendenza alla convergenza, ascoltando la comunicazione politica sembrerebbe che la distanza tra i due poli non sia mai grande come adesso. Come mai? Da una parte programmi sempre più simili; dall’altra si alzano i toni della polemica. Può sembrare contraddittorio ma in realtà non è così: è proprio perché sono sempre più simili che sono costretti ad utilizzare altri strumenti per ottenere il consenso, per favorire un processo di identificazione. Un elettore razionale come si comporta? Si pone di fronte a programmi alternativi e sceglie quello più affine ai propri valori e ai propri interessi, fa una scelta di tipo positivo: io voto te per quello che dici, per quello che fai, per quello che sei. È una scelta razionale di identificazione positiva. Nel momento in cui i programmi tendono sempre più ad assomigliarsi, questo processo mentale diventa sempre più difficile evidentemente. Questo i partiti lo sanno, e non è un caso che in campagna elettorale essi utilizzino esclusivamente strumenti che non vanno a stimolare la nostra parte razionale, bensì quella irrazionale ed emotiva. Oggi tutta la comunicazione politica è incentrata sull’emotività e sull’irrazionalità, utilizzando strumenti ad hoc. Uno di questi è il marketing. Credo di non svelare nulla di arcano dicendo che oggi il marketing ha un ruolo fondamentale nel determinare le intenzioni di voto. Il fatto che spendano così tanti soldi significa, evidentemente, che il sistema funziona. Oggi noi elettori più che partiti scegliamo facce, esattamente come sceglieremmo scatole di pelati o piselli sugli scafali di un supermercato, perché a questo siamo arrivati! La comunicazione politica scritta non utilizza programmi coesi e coerenti ma frasi ad effetto, slogan. Grande importanza hanno assunto i colori, specialmente quelli di moda – avete capito quale colore va di moda quest’anno - . Per giungere alla sottolineatura delle caratteristiche fisiche personali, che so gli occhi azzurri o la pelle abbronzata, giungendo infine ai trapianti e ai lifting più o meno riusciti. Cercano di confezionare il prodotto addobbandolo con più lustrini possibili, come con i bambini. Qualcuno sostiene che è stata l’irruzione delle tecniche di marketing a spingere ai margini delle comunicazione politica i programmi, ma non è così, è vero il contrario: è proprio a causa del fatto che i programmi sono sempre più scoloriti a far crescere l’importanza del marketing. Ma il marketing non è l’unico strumento e non è neanche il peggiore; vi è qualcosa di peggio ed è l’identificazione negativa. L’identificazione negativa fa fare all’elettore questo tipo di ragionamento: “io scelgo te non perché tu mi piaccia, ma perché non voglio che vinca l’altro”. Si tratta appunto di una scelta negativa. E come riescono i partiti ad ottenere, da parte degli elettori, un ragionamento di questo tipo? Semplice, scaricando sull’avversario tonnellate di fango. Non ci si confronta più sui programmi ma sulle accuse e gli insulti che gli schieramenti si scambiano. Passano più tempo a sparlare dell’avversario che a parlare bene di se stessi! La sinistra, invece di elaborare un progetto veramente alternativo, passa il suo tempo a discutere sul nome da dare all’alleanza (problema da cui dipende il destino dei cittadini italiani), ma soprattutto attaccando l’avversario. Non tanto i partiti, ma direttamente Berlusconi quale “mostro” della politica italiana. Peraltro, considerando i risultati di questa decennale strategia (Berlusconi è sempre seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio) a costoro non viene in mente la necessità di cambiare strategia non capendo che per lui ciò che conta è essere al centro dell’attenzione. D’altra parte, Berlusconi e i suoi, vivono di rendita politicamente da oltre un decennio, parlando del rischio comunista, utilizzando i temi della campagna elettorale del ’48 ed evocando le paure di quel periodo, tra le quali anche quella dei cosacchi intenti ad abbeverare i cavalli in Piazza San Pietro! Ma la cosa peggiore è che questa tattica funziona! Quante volte mi è capitato di sentire, da parte di persone che hanno finito per votare centrodestra, dire: “a me Berlusconi non piace per questo, questo e questo motivo, ma piuttosto che far vincere i comunisti voto Berlusconi”. E quante volte ho sentito da parte di elettori dell’altra sponda, criticare ferocemente i partiti di centrosinistra, ma che alla fine, turandosi il naso e ingoiando il rospo, “per battere il mostro” si sono sentiti in obbligo comunque di votare quei partiti da loro stessi sottoposti a critiche mordaci. A questo siamo arrivati: alla politica del “meno peggio”, “alla scelta di seconda mano”, quando invece avremo tutto il diritto di poter confrontare programmi realmente alternativi sulla base delle loro rispettive proposte. Ma c’è ancora qualcosa di peggiore: in virtù di questo ricatto a cui tutti gli elettori sono sottoposti, essi si guadagnano il ruolo di insostituibili! In realtà, grazie a questo ricatto, i due poli si puntellano, inducendo i cittadini comunque a sceglierli, impedendo ai cittadini di dare la loro fiducia ad altri progetti politici, magari realmente alternativi. Io stesso ho sentito una persona vicina alle nostre idee, farmi questo tipo di ragionamento: “io sono favorevole alla partecipazione ma se voi vi presentaste alle elezioni io avrei dei problemi a votarvi, perché votando voi indebolirei il centrosinistra (si trattava di un elettore di centrosinistra) e Berlusconi vincerebbe. Ecco dunque il risultato perverso di questo meccanismo: non solo programmi sempre più simili, ma anche una classe politica che, grazie a questa indotta obbligatorietà della scelta, diventa una casta insostituibile. Ma non c’è niente di peggio di una politica chiusa in se stessa, autoreferenziale, accartocciata dentro il suo recinto; una politica chiusa al dialogo con il mondo, chiusa al dialogo con la società, di cui non ne conosce esigenze e problemi, e se non li conosce come fa a risolverli? Non c’è niente di peggio di una politica che impedisce a soggetti e idee nuove di irrorare il nostro esangue sistema partitico di linfa nuova. Si fa un gran parlare della concorrenza e dei suoi effetti taumaturgici; la concorrenza la si vuole ovunque fuorché nel sistema in cui sarebbe più necessaria, nella politica. Non c’è niente di peggio di una classe politica che trasformi e conservi in sistema politico in uno stagno maleodorante. Mario prima ha parlato della riforma della par condicio: dove voglia andare a parare questo provvedimento è sin troppo chiaro: esso vuole cristallizzare, mummificare il consenso, lo vuole assicurare, immunizzare nei confronti di “indebite intromissioni” da parte di idee, progetti e soggetti politici nuovi. Anche per questo l’alternativa partecipativo-direttista è storicamente necessaria. Una alternativa politica che ha tutto il diritto, insieme a qualunque altra, di proporsi all’attenzione, alla scelta e alla pratica dei cittadini; perché una democrazia senza reali progetti politici alternativi, non è. Ma se non saranno i cittadini a chiedere a esigere a praticare la partecipazione, nessuno, ma proprio nessuno gliela darà! Se questa è la nostra realtà guardarla in faccia non farà male a nessuno. L’importante è non farsi prendere dalla sterilità dello sconforto. Chi conosce il proprio male qualsiasi esso sia, ha anche la possibilità di combatterlo. Certo, bisogna ritrovare un nuovo slancio collettivo – la partecipazione – magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dalle nostre insofferenze quotidiane, dal nostro rifiuto: perché un uomo solo che grida il suo no è un pazzo; milioni di uomini che gridano lo stesso no avrebbero veramente la possibilità di cambiare le cose!

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